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L’utilità dei carboidrati.

La mania del low-carb va ancora forte, soprattutto in alcuni tipi di dieta. Quando però decidiamo di togliere dal piatto intere categorie di nutrienti (scelta sempre dannosa) dobbiamo sapere a cosa andiamo incontro e a che cosa servono ad esempio i carboidrati. Eliminarli, anche se «solo» per alcune settimane, non giustifica l’azzardo, perché le conseguenze si possono far sentire anche a lungo termine. Ce lo spiega il professor Pietro A. Migliaccio, nutrizionista presidente emerito della Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione (S.I.S.A.)
Quando si riduce l’apporto di carboidrati, la prima cosa che si nota è la rapidità quasi magica di perdita di peso. Ma non stiamo perdendo grasso, stiamo perdendo acqua! «I carboidrati sono immagazzinati nel corpo sotto forma di glicogeno – spiega Pietro Migliaccio – ogni grammo accumula da tre a quattro volte il suo peso in acqua. Quindi, non appena si tagliano i carboidrati e si inizia a utilizzare il glicogeno, ogni grammo di carboidrato in meno sono 3 grammi persi di acqua». (fonte: corriere.it/salute)

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Forma a pera o a mela?

Fianchi larghi e spalle strette? La fisicità a pera non è sempre amata dalle donne eppure potrebbe salvare loro la vita. Diversi studi, anche in passato, hanno fornito prove alla tesi che sia meglio avere un fisico a forma di pera – con il peso intorno ai fianchi – che a mela, ovvero con l’adipe intorno all’addome. Recentemente è stato anche individuato un gruppo di geni che predispone un individuo a presentare la forma del corpo ‘a mela’, col grasso in eccesso accumulato tutto sulla pancia.
Inoltre si è scoperto che, contemporaneamente, questi geni predispongono a diabete, colesterolo alto, ipertensione e quindi malattie cardiovascolari.
Lo studio è stato condotto da Sekar Kathiresan del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School di Boston e i risultati pubblicati sulla rivista Jama.
Alla relazione tra distribuzione del grasso sul corpo (pancia, fianchi, bacino, gambe) e rischio cardiovascolare, degli studi del passato, si aggiunge oggi una prova certa dell’esistenza di un meccanismo di causa ed effetto, nonché i ‘diretti colpevoli’ in atto.
Gli esperti hanno usato un database genetico e cellulare di oltre 400 mila individui e visto che vi sono dei geni che predispongono alla forma a mela, quindi all’accumulo del grasso tutto sulla fascia addominale.
Di seguito i ricercatori hanno osservato che sono questi stessi geni a predisporre tali individui a rischio cardiovascolare (colesterolo alto, ipertensione, diabete).
Studiando più a fondo questi geni si potrà non solo trovare il bersaglio farmacologico contro la distribuzione addominale del grasso, ma anche un modo per prevenire tutte le gravi malattie associate.(fonte: ANSA)

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Attenzione a tutte le diete fai da te!

La dieta Mediterranea, sempre presente quando si parla di corretta nutrizione e prevenzione di tumori e di malattie cardiovascolari, è insidiata da un diffuso ‘fai da te’. Inflazionata ma poco applicata, “tutti ne parlano ma pochi sanno realmente in che consiste e ancora meno coloro che la mettono in pratica. Servono linee guida scientifiche”. E’ l’allarme che arriva dai biologi nutrizionisti, ascoltati in Commissione Agricoltura del Senato, dove è in esame un disegno di legge che prevede la promozione della dieta mediterranea attraverso l’istituzione di una Giornata nazionale, un marchio, un fondo e un comitato scientifico incaricato della tutela.
“Riscontriamo carenza di informazione sul concetto di dieta mediterranea, spesso evocata più come costume che non come corretto percorso nutrizionale”, ha detto Ermanno Calcatelli, presidente dell’Ordine Nazionale dei Biologi, che come i medici hanno anche la qualifica di ‘nutrizionisti’.
Nonostante dal 2010 l’UNESCO abbia inserito la dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale dell’umanità, questo importante passo, aggiunge “non è stato accompagnato nel nostro Paese da iniziative legislative che ponessero le basi per un suo corretto apprendimento”. Molte le “insidie di un’applicazione fai da te”, in primis “l’uso frequente di carboidrati complessi” e “di cibi semilavorati che utilizzano coloranti, grassi animali, antiossidanti, acidificanti, condimenti non di prima qualità”.
Ma anche il tipo di cottura fa la differenza. “Serve a poco mangiare tanta verdura se viene bollita e ripassata, perché la perdita di nutrienti è significativa”.(fonte: ANSA)

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I prebiotici.

Tra le varie “armi” con cui combattere lo stress, oltre ai noti metodi di yoga, meditazione ed esercizio fisico, c’è anche la dieta ricca di prebiotici, che aiuta in particolare il sonno. Da non confondere con probiotici, i prebiotici, che sono il nutrimento dei probiotici e ne stimolano l’attività nel tratto gastro-intestinale, sono alcuni tipi di fibre, come quelle presenti in diverse fonti vegetali, tra cui asparagi, avena e legumi. È quanto emerge da una ricerca della University of Colorado a Boulder, pubblicata sulla rivista Frontiers in Behavioral Neuroscience.
Gli studiosi hanno svolto un esperimento sui topi in laboratorio, che hanno ricevuto per diverse settimane prima di un evento considerato stressante una dieta ricca in prebiotici, comparandoli con un altri inseriti in un gruppo cosiddetto di controllo, su cui non è stato effettuato questo intervento. I risultati hanno evidenziato che i topi che avevano seguito una dieta ricca in prebiotici non solo non sperimentavano disagi indotti dallo stress sulla flora intestinale, ma recuperavano un sonno sano prima rispetto agli altri.
“L’evento stressante che i topi hanno sperimentato era simile a quello che per l’uomo può essere un incidente d’auto o la morte di un caro”, spiega Robert S. Thompson, l’autore principale dello studio, che evidenzia anche come ulteriori ricerche riguarderanno proprio i prebiotici e il loro effetto sull’uomo in situazioni di stress. Nel frattempo, si possono inserire i prebiotici nella dieta per affrontare situazioni stressanti? “Non sono stati finora riportati effetti avversi – conclude Agnieszka Mika, altra autrice dello studio – e si trovano ampiamente in molti vegetali, sono presenti nel latte materno e disponibili in commercio”. (fonte: ANSA)

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Attenzione ai messaggi pubblicitari televisivi: tuteliamo i nostri bambini.

Le pubblicità in tv influenzano l’alimentazione dei bambini piccoli in età prescolare, stimolandoli, di fatto, a mangiare più snack anche in assenza di fame. Lo rivela uno studio condotto da Jennifer Emond presso Health Promotion Research Center a Dartmouth, pubblicato sulla rivista Pediatrics.
E’ il primo studio del genere condotto su bambini molto piccoli (60 bimbi di 2-5 anni). In particolare, è emerso che le pubblicità che reclamizzano cibo influenzano la quantità di merende o snack consumate dai piccoli. Gli esperti hanno proposto al campione di bimbi un programma di 14 minuti intervallato da pubblicità o di prodotti alimentari o non correlate al cibo.
Prima della visione hanno dato loro degli snack dicendo che erano liberi di mangiarne quanti ne volessero. Ebbene, si è visto che i bimbi che vedevano pubblicità di cibi, alla fine del programma avevano consumato una maggiore quantità di snack rispetto agli altri bimbi. Ciò significa, ammoniscono gli esperti, che controllando e limitando l’esposizione di bimbi così piccoli a messaggi pubblicitari si può aiutare a salvaguardare la loro corretta alimentazione, evitando che consumino calorie di troppo e magari cibi non appropriati. (fonte: ANSA)

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Anche se non si è a dieta, bisogna cercare di seguire una corretta alimentazione.

Una terapia a costo zero come quella di una corretta alimentazione può rappresentare il punto di partenza per ridurre l’incidenza di patologie come il diabete, l’ipertensione, o disturbi come la glicemia e colesterolo alto negli anziani. E’ quanto ha sottolineato lo specialista in Scienze dell’Alimentazione, Giovanni Antonelli, nel corso dell’incontro dedicato a ‘Una corretta alimentazione nell’anziano’ organizzati dal ministero della Salute a Expo. “Una corretta alimentazione è fondamentale per gli anziani – ha spiegato – per motivi di carattere etico ma anche clinico, perchè con l’aumentare dell’età aumenta anche l’incidenza di alcune patologie. Cresce di conseguenza anche la spesa per il Servizio sanitario nazionale”. Secondo i più recenti dati Istat, la popolazione anziana in Italia sta crescendo esponenzialmente: si calcola infatti che attualmente un italiano su 5 sia ultra sessantenne e che nel 2050 circa il 34 per cento della popolazione avrà più di 65 anni, contro il 19,5 del 2005. Una dieta sana “dettata dal buon senso” può essere un prezioso alleato: i consigli sono quelli di mangiare cibi variegati dal punto di vista nutrizionale, bere almeno 5 bicchieri di acqua al giorno, consumare frutta e verdura fresca.
“La malnutrizione è una situazione che si riferisce non solo al sottopeso o al sovrappeso – ha spiegato – ma può interessare anche una persona normo peso che però non assume i nutrienti di cui ha bisogno”. La stanchezza, la confusione mentale, i disturbi della vista o i giramenti di testa possono essere i sintomi di una più o meno profonda malnutrizione, anche associata a disidratazione. “Osservare il peso corporeo e far eseguire esami del sangue permetterà al medico o allo specialista di poter riconoscere uno stato di malnutrizione e di correggerlo – ha concluso – apportando modifiche nella dieta di tutti i giorni”. (fonte: ANSA)

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I cereali integrali.

Sostituire i cereali integrali a quelli raffinati riduce l’assorbimento di calorie durante la digestione e accelera il metabolismo. A fornirne una prova sperimentale è uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.
Precedenti studi epidemiologici hanno suggerito effetti benefici di grano, riso, avena e orzo integrali, ovvero ricchi di fibre, per il controllo glicemico e la sensibilità all’insulina. Mancavano però dati scientifici sulla loro supposta utilità nella regolazione del peso. Per colmare questa lacuna, ricercatori della Tufts University di Boston hanno realizzato uno studio randomizzato e controllato, su 81 uomini e donne di età compresa tra 40 e 65 anni. Nel corso di otto settimane hanno fornito loro pasti completi, per esser sicuri che i regimi alimentari differissero solo per il tipo di cereali e farine. Rispetto alle persone che mangiavano cereali raffinati, quelle che rispettavano una dieta con cereali integrali hanno perso un extra di 100 calorie al giorno, a causa di una combinazione di aumento del metabolismo basale a riposo e maggiori perdite fecali. Questo significa che la fibra ha avuto effetto anche sull’assunzione di calorie provenienti da altri alimenti. La fame e il senso di pienezza non erano invece statisticamente differenti tra le due diete. “Le calorie in eccesso perse erano equivalente a quelle di una camminata di 30 minuti o al godersi un biscotto in più al giorno”, ha detto l’autore senior dello studio, Susan B. Roberts, direttore dell’Energy Metabolism Laboratory dell’università. (fonte: ANSA)

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Buon umore? Sì a frutta e verdura!

Frutta e verdura non solo fanno bene alla salute dal punto di vista fisico ma sono un toccasana anche per l’umore. Aumentarne il consumo migliora il benessere psicologico in poco tempo, bastano due settimane.
È quanto emerge da uno studio neozelandese, dell’Università di Otago, pubblicato sulla rivista Plos One. Gli studiosi hanno preso in esame 171 persone, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, che consumavano poca frutta e verdura. Sono stati divisi in tre gruppi, uno dei quali di controllo , e i ricercatori hanno svolto, in 14 giorni, due tipi di interventi che li hanno visti coinvolti: il primo con dei messaggi di testo che ricordavano, tramite il cellulare, di mangiare più frutta e verdura e con dei voucher prepagati per incentivarne il consumo, il secondo che prevedeva invece la fornitura diretta di due porzioni giornaliere in più di ortaggi e frutta fresca (carote, kiwi, mele e arance).
Dai risultati è emerso che tra i partecipanti che erano stati inseriti in quest’ultimo gruppo, a cui cioè erano state date in maniera diretta frutta a verdura, non solo il consumo di questi alimenti aumentava ma migliorava anche il benessere psicologico, rilevato tramite test appositi o riportato, in particolare per quanto riguarda vitalità e motivazione. Inoltre, chi era in questo gruppo tendeva a consumare più ortaggi e frutti crudi rispetto agli altri, che avevano ricevuto solo dei reminder o degli incentivi al consumo, che invece sceglievano più di frequente di cuocerli o mischiarli ad altri ingredienti.(fonte: ANSA)

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Patate e ipertensione.

Troppe patate nel piatto e aumenta il rischio di pressione alta: uno studio individua infatti un legame tra eccessivo consumo di patate e rischio ipertensione. La ricerca è stata condotta dall’ospedale Brigham and Women e la Harvard T.H. Chan School of Public Health a Boston e pubblicata sul British Medical Journal. Lo studio ha coinvolto decine di migliaia di persone tutte con pressione del sangue normale all’inizio della ricerca.
Gli epidemiologi hanno analizzato il diario alimentare dei partecipanti e visto quale fosse il consumo di patate di ciascuno. E’ emerso che coloro che consumavano 4 o più porzioni di patate a settimana (cucinate nei modi più disparati, da lesse a fritte al forno) avevano un rischio dell’11-17% maggiore di ammalarsi di ipertensione nel corso degli anni rispetto a chi si limitava a un consumo moderato (non più di una volta al mese) di questo alimento.
Infine, spiega Lea Borgi che ha diretto il lavoro, “abbiamo visto che se un partecipante sostituiva a una porzione di patate una verdura non contenente amidi, il suo rischio di ipertensione si riduceva”. (fonte: ANSA)

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L’attività fisica è importante, ma …

Non è l’esercizio fisico la chiave per controllare il peso, come si potrebbe essere portati a pensare, ma piuttosto altri fattori tra cui la dieta che ha un ruolo cruciale. L’attività fisica ha moltissimi benefici, che vanno dalla riduzione del rischio di malattie cardiache, diabete e cancro fino a un maggior benessere a livello mentale e le persone che la praticano vivono più a lungo e più in salute. Ma può essere collegata anche a un aumento dell’appetito, cosa che porta a mangiare di più per compensare o ad essere meno attivi nel corso della giornata.
Emerge da uno studio della Loyola University di Chicago, pubblicato su PeerJ, parte di una ricerca denominata Met (Modeling the Epidemiologic Transition Study). “I risultati indicano che l’attività fisica può non proteggere dall’aumento di peso” evidenzia l’autrice, Lara R. Dugas. Per la ricerca sono state prese in esame 1944 persone, tra i 25 e i 40 anni, provenienti dagli Stati Uniti e da altri quattro Paesi: Ghana, Giamaica, Sudafrica e Seychelles. Per verificare il livello di attività fisica è stato chiesto loro di indossare un accelerometro per una settimana e sono stati misurati altri valori come peso, altezza e grasso corporeo all’inizio, dopo un anno e dopo due. Dalle misurazioni all’inizio della ricerca i ghanesi sono risultati quelli con un peso inferiore e più in forma, mentre erano gli americani ad avere i maggiori problemi legati ai chili di troppo. Dai risultati è emerso un dato che ha sorpreso gli studiosi: l’aumento di peso totale in tutti i Paesi è stato maggiore tra coloro che rispondevano ai criteri delle linee guida per l’attività fisica. Ad esempio, gli uomini americani che vi avevano aderito risultavano aver guadagnato peso, mentre quelli che non soddisfacevano i criteri risultavano averlo perso.(fonte: ANSA)

 

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