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Archive for aprile 2017

Noci, mandorle, pistacchi e nocciole: una protezione per il nostro cuore.

Consumare ogni giorno una manciata di noci, mandorle, pistacchi e nocciole aiuta a mantenere il cuore in forma: ad affermarlo è uno studio condotto dai ricercatori della Mayo Clinic di Cleveland, in Ohio (Stati Uniti), secondo cui mangiare 40 grammi di frutta con guscio al giorno aiuta a proteggere il cuore dalle malattie cardiovascolari.
Noci e affini sono ricchi di omega3, fibre, steroli vegetali e un amminoacido chiamato arginina: sostanze che, secondo gli studiosi, sono in grado di proteggere il cuore e ridurre nel sangue il livello di colesterolo Ldl (low-density lipoproteins), noto anche come colesterolo “cattivo”. Consumare questi frutti con guscio, spiegano i ricercatori, aiuta inoltre l`organismo a proteggere il rivestimento interno delle arterie e diminuisce il pericolo dello sviluppo di coaguli nel flusso sanguigno.
Per tutelare l`organismo dal rischio di incorrere in cardiopatie, sostengono gli esperti, occorre dunque mangiare ogni giorno noci, mandorle, pistacchi e nocciole. Importante, però, è non eccedere nelle quantità: quasi tutta la frutta secca ha infatti un elevato contenuto calorico e va assunta con moderazione. I consigli degli esperti? Preferire nocciole e affini senza sale aggiunto e non superare i 40 grammi al giorno.(fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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La contaminazione degli alimenti caduti per terra può avvenire in meno di un secondo!

Secondo gli esperti, l’idea che gli alimenti recuperati da terra entro cinque secondi dalla caduta siano sicuri potrebbe essere sbagliata: a seconda della superficie del pavimento e dell’umidità del cibo, il trasferimento dei microbi potrebbe avvenire anche in meno di un secondo. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Applied and Environmental Microbiology dai ricercatori della Rutgers University di New Brunswick  (Usa).

“La popolare ‘regola di cinque secondi’ sostiene che il cibo lasciato cadere per terra ma raccolto in fretta sia sicuro da mangiare, perché i batteri hanno bisogno di tempo per passare dal pavimento al cibo – spiega Donald W. Schaffner, che ha coordinato l’esperimento -. Abbiamo quindi deciso di testarne la veridicità, dato che rappresenta una pratica molto diffusa”.

Gli autori hanno analizzato il livello di contaminazione di quattro alimenti – cocomero, pane, pane imburrato e caramelle gommose – lasciati cadere su quattro diverse superfici – acciaio inossidabile, piastrelle di ceramica, legno e moquette – che erano state contaminate con alcuni batteri. I cibi sono stati tenuti per terra per periodi di tempo differenti: meno di un secondo, 5 secondi, 30 secondi e 300 secondi.

Al termine dell’esperimento, che ha richiesto 2.560 misurazioni, gli scienziati hanno osservato che il fattore che maggiormente influenzava il livello di contaminazione del cibo era l’umidità. L’alimento che presentava la maggiore quantità di batteri era infatti l’anguria, mentre quello che ne aveva di meno era la caramella. Ma le sorprese non finiscono qui: è anche emerso che la velocità di trasferimento dei microrganismi dal suolo al cibo era maggiore se il pavimento era costituito da piastrelle e da acciaio inox, mentre appariva più bassa se la superficie era ricoperta dalla moquette. Quella relativa al legno, invece, risultava variabile.

“Il trasferimento dei batteri dalle superfici al cibo sembra essere influenzato soprattutto dall’umidità – osserva Schaffner -. I microbi non hanno gambe, per cui sfruttano l’umidità per muoversi, di conseguenza più il cibo è umido, maggiore è il rischio di contaminazione, anche se, tempi di contatto più lunghi di solito comportano il trasferimento di quantità maggiori di batteri da tutte le superfici al cibo”.

Secondo gli studiosi, la ricerca conferma che maggiore è il tempo di esposizione, più elevato è il rischio di contaminazione. Tuttavia, dimostra anche che la “regola dei 5 secondi” non è universale: varia a seconda della qualità del cibo e del tipo di superficie. “La regola dei cinque secondi è una semplificazione significativa di ciò che accade quando i batteri vengono trasferiti da una superficie al cibo – conclude l’esperto -. Tuttavia, i batteri possono contaminare gli alimenti in un istante”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Golosità: colpa dei geni?

Potrebbe essere ‘colpa’ dei geni se non riusciamo a smettere di mangiare cioccolata o se le patatine fritte sono una tentazione irresistibile. Lo suggeriscono i risultati di uno studio spagnolo presentato al meeting della American Society for Nutrition, secondo cui alcune varianti genetiche predispongono alla passione per alcuni alimenti.
Per la ricerca della Universidad Autonoma de Madrid sono stati analizzati i genomi di 818 persone di origine europea, a cui è stato chiesto di descrivere le abitudini alimentari in un questionario. Nell’analisi del Dna sono stati scelti 38 aree specifiche (loci) precedentemente associate a caratteristiche psicologiche come l’ansia o la ricerca di novità. I ricercatori hanno trovato diverse associazioni significative: ad esempio un consumo di cioccolata più alto è più probabile in chi ha alcune forme particolari di un gene recettore dell’ossitocina, l”ormone della felicità’, mentre altri geni sembrano avere un ruolo nel consumo di vegetali e fibre, sale e cibi ricchi di grassi. “La maggior parte delle persone ha difficoltà a modificare le proprie abitudini in fatto di dieta – spiega Silvia Berciano, l’autrice principale -. Questo è il primo studio che descrive come i geni possono condizionare le preferenze alimentari in un gruppo di persone sane. Queste informazioni potrebbero aprire la strada a interventi personalizzati, oltre a far conoscere meglio i fattori che condizionano i comportamenti alimentari”. (fonte: ANSA)

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Bevande zuccherate: effetti dannosi anche sul cervello

Il consumo giornaliero di bibite zuccherate potrebbe ridurre i volumi cerebrali e aumentare il rischio di perdere la memoria. Lo evidenzia uno studio pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia dai ricercatori del Framingham Heart Study di Framingham (Usa), secondo cui l’assunzione quotidiana di queste bevande potrebbe anche accrescere le probabilità di essere colpiti da ictus e demenza.

Gli autori hanno monitorato per dieci anni i comportamenti alimentari e lo stato di salute di 4.276 persone di età superiore ai 30 anni. I partecipanti sono anche stati invitati a svolgere alcuni test cognitivi e sono stati sottoposti a risonanza magnetica, per analizzarne l’attività e i volumi cerebrali. Al termine dell’indagine, è emerso che l’assunzione giornaliera di bibite zuccherate era in grado d’influenzare negativamente il cervello. Le persone che le consumavano ogni giorno avevano, infatti, maggiori probabilità di soffrire di perdita della memoria, presentavano volumi cerebrali inferiori e dimensioni dell’ippocampo più piccole, rispetto ai loro coetanei che non avevano quest’abitudine. Inoltre, correvano un rischio tre volte più elevato di soffrire di ictus e demenza rispetto alle persone che non consumavano queste bevande.

Gli esperti precisano che i risultati dello studio apparivano validi anche escludendo altri fattori di rischio, come il diabete. Osservano, infatti,  che le persone che consumano spesso le bevande zuccherate hanno maggiori probabilità di sviluppare il diabete, che a sua volta può aumentare il rischio di demenza. Tuttavia, anche dopo aver escluso i diabetici dalla ricerca, il consumo di queste bevande risultava ancora associato a un aumento del rischio di demenza.

“I nostri risultati indicano l’esistenza di un’associazione tra un’elevata assunzione di bevande zuccherate e l’atrofia cerebrale, che comprende anche una riduzione del volume del cervello e un impoverimento della memoria – afferma  Matthew P. Pase, che ha diretto la ricerca -. Abbiamo anche scoperto che le persone che bevevano quotidianamente queste bibite avevano  probabilità tre volte più alte d’incorrere in ictus e demenza, compreso un rischio maggiore di ictus ischemico, che comporta l’ostruzione dei vasi sanguigni del cervello, e della malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Stipsi: cos’è, cause e cure.

Per stitichezza o stipsi si intende la difficoltà a defecare, generalmente in quanto le feci sono diventate troppo dure e compatte, rendendo anche dolorosa l’evacuazione.
Una dieta squilibrata, la tensione nervosa, la mancanza di moto,  sono fattori che possono contribuire a provocare la stitichezza, che comunque raramente è un disturbo serio, a meno che non sia sintomo di una malattia organica. Dopo che il cibo è stato digerito, i prodotti di rifiuto dell’alimentazione progrediscono lungo l’intestino tenue per l’azione di onde di contrazione esercitata dalla muscolatura intestinale (peristalsi): a questo punto essi costituiscono ancora un liquido piuttosto denso. In seguito, l’acqua viene assorbita attraverso la parete del colon, il tratto finale dell’intestino crasso, separandosi così dai prodotti di rifiuto solidi. Per vari motivi, la muscolatura del colon può invece diventare temporaneamente inattiva e interrompere la sua funzione di espulsione delle feci: in tal caso, si possono manifestare sintomi vari, soprattutto senso di fastidio nell’ultimo tratto di intestino e mal di testa.
Le manifestazioni più comuni di stitichezza sono dolore, talvolta intenso al momento dell’evacuazione, perdita di appetito, difficoltà digestive. La stitichezza prolungata può causare o aggravare le emorroidi.
Bisogna curare la stitichezza modificando l’alimentazione e facendo attività fisica. Gli anticostipativi a base di fibre aumentano la massa fecale, ammorbidiscono le feci, facilitandone l’evacuazione e attivano la peristalsi intestinale. L’idrossido di magnesio e il citrato di magnesio hanno effetti lassativi perché aumentano la massa fecale, assorbendo liquidi dai tessuti corporei per convogliarli verso l’intestino. I lassativi stimolanti irritano le pareti intestinali e stimolano la peristalsi. I lubrificanti, quali la glicerina e l’olio minerale, rendono più facile la defecazione.
Il succo di aloe vera può essere utile per risolvere lo stato di stipsi. La liquirizia attenua l’irritazione delle pareti intestinali e migliora lo stato di costipazione cronica. I semi di psillio sono un rimedio eccellente per ammorbidire le feci e possiedono blande proprietà lassative.
L’alimentazione e l’assunzione di liquidi sono importanti  poiché la disidratazione favorisce la stipsi. E’ necessario assumere alimenti ricchi di fibre come frutta, verdura e cibi integrali. Le prugne secche, ad esempio, costituiscono un ottimo rimedio contro la stipsi e risultano più digeribili se vengono immerse in acqua per tutta la notte. Gli alimenti ricchi di magnesio inoltre aiutano la funzionalità dell’intestino. Un buon consiglio è cercare di masticare il più a lungo possibile e diminuire l’assunzione di bevande stimolanti, come il caffè e gli alcolici, perché favoriscono la disidratazione dell’organismo. (fonte: www.dica33.it)
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Per restare in forma non occorre tenersi alla larga dai formaggi!

Da uno studio pubblicato sulla rivista Nutrition & Diabetes dai ricercatori dell’University College di Dublino (Irlanda) emerge come le persone che consumano regolarmente i prodotti lattiero-caseari tendano a essere più magre di quelle che ci rinunciano. Inoltre, non presentano livelli di colesterolo cattivo (Ldl) più alti.

Non è tutto: i ricercatori hanno scoperto che i volontari che consumavano prodotti lattiero-caseari light, ossia a basso contenuto di grassi, tendevano ad avere livelli più alti di colesterolo Ldl, rispetto a quelli che preferivano le versioni più caloriche. “Abbiamo osservato che i forti consumatori di formaggio assumevano una quantità di grassi saturi significativamente maggiore rispetto ai non-consumatori o ai consumatori occasionali, ma non abbiamo riscontrato differenze nei loro livelli di colesterolo Ldl – precisa la dottoressa Feeney -. Infatti dobbiamo prendere in considerazione non soltanto le sostanze nutritive contenute nei cibi, ma anche il contesto in cui vengono consumati e il modello alimentare globale. Pertanto non va giudicato l’alimento da solo, ma in combinazione con gli altri cibi con cui viene mangiato”.

Gli scienziati hanno esaminato l’alimentazione seguita per quattro giorni da 1.500 cittadini irlandesi, di età compresa tra 18 e 90 anni. In particolare, i ricercatori hanno verificato se in quei giorni i partecipanti avessero consumato prodotti lattiero-caseari. In caso positivo, hanno verificato la tipologia di latticino scelta – latte, formaggio, yogurt, burro e panna – e il suo contenuto di grassi.

Al termine dell’esperimento, è emerso che i forti consumatori di prodotti lattiero-caseari avevano un indice di massa corporea più basso, una percentuale di grasso corporeo minore, una circonferenza vita inferiore e una maggiore sensibilità all’insulina, rispetto ai soggetti che li mangiava di rado o che non ne consumavano affatto. Inoltre, i loro livelli di colesterolo cattivo non risultavano più alti. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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I cibi salati fanno venire fame, non solo sete!

La scienza spesso conferma il pensiero comune, altre volte lo contraddice. Come nel caso di uno studio effettuato a bordo di una navicella spaziale, che ha mostrato come i cibi salati, non farebbero venire sete, ma fame. I cosmonauti che mangiavano più sale infatti, trattenevano più acqua, e pertanto non avevano particolare sete ma bisogno di più energia.
Per un lungo viaggio spaziale la connessione tra l’assunzione di sale e il bere potrebbe influenzare i calcoli per le scorte.
I ricercatori del Centro Max Delbrück di Berlino e la Vanderbilt University, in Tennessee, hanno approfittato quindi di una missione simulata su Marte per mettere il detto alla prova.
Hanno studiato due gruppi di 10 volontari (il primo esaminato per 105 giorni, il secondo per 205), cui sono state fornite diete uguali ma con diversi livelli di sale nel cibo. Coloro che avevano assunto più sale hanno urinato maggiormente ma questo non li ha portati a bere di più. Hanno anzi bevuto di meno poiché il sale ha innescato un meccanismo per conservare l’acqua. Prima si riteneva che gli ioni di sodio da cui è composto il sale si legassero alle molecole di acqua e la trasportassero nelle urine. I nuovi risultati, pubblicati sul Journal of Clinical Investigation, mostrano invece che il sale viene trasportato nelle urine, mentre l’acqua resta immagazzinata nei reni, provocando minor necessità di bere.
Secondo ricerche svolte sui topi è emerso che ciò potrebbe esser dovuto all’urea, sostanza che contrasta la tendenza delle molecole di acqua ad esser trascinate via dagli ioni di sodio.
Ma la produzione di urea richiede molta energia, il ché spiega perché topi con una dieta con più sale mangiavano di più, così come i cosmonauti con dieta salata lamentava di essere più affamati. (fonte: ANSA)

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Ridurre l’introito calorico giornaliero potrebbe aiutare a restare giovani.

Mangiare di meno potrebbe, infatti, ritardare il processo d’invecchiamento cellulare, perché rallenterebbe l’attività dei ribosomi, gli organuli citoplasmatici della cellula responsabili della sintesi protesica. È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista Molecular & Cellular Proteomics dagli scienziati statunitensi della Brigham Young University di Provo e della Colorado State University di Fort Collins, coordinati da John C. Price, che afferma: “Il ribosoma è una macchina molto complessa, un po’ come l’automobile, e periodicamente ha bisogno di manutenzione per sostituire le parti che si consumano più velocemente. Quando i pneumatici si consumano, non si butta via l’intera macchina e se ne compra una nuova. È più conveniente sostituire le gomme”.

Nel corso dell’indagine, gli studiosi hanno osservato che se l’azione dei ribosomi viene ritardata, rallenta anche il processo d’invecchiamento. La minore velocità di queste particelle da una parte riduce la produzione di proteine, ma dall’altra offre ai ribosomi il tempo di riparare se stessi, garantendo un miglior funzionamento dell’organismo. Gli autori, inoltre, hanno rilevato che il rallentamento dei ribosomi è determinato dalla riduzione del consumo di calorie. Per scoprirlo, hanno nutrito due gruppi di topi con due regimi alimentari differenti: i membri del primo avevano un accesso illimitato al cibo; i secondi, invece, potevano consumare il 35% di calorie in meno rispetto al passato, anche se ricevevano tutti i nutrienti necessari per poter sopravvivere. Al termine dell’esperimento, gli scienziati hanno scoperto che i roditori che erano stati indotti a mangiare di meno erano più giovani e sani rispetto agli altri.

“La limitazione del consumo di calorie determina quasi un lineare aumento della durata della vita – spiega il professor Price -. Abbiamo intuito che la restrizione calorica ha provocato nei roditori vere e proprie alterazioni biochimiche, che hanno rallentato il tasso d’invecchiamento. I topi che hanno seguito la dieta ipocalorica risultavano più energici e hanno sofferto di un numero inferiore di malattie. E non hanno solo vissuto più a lungo, ma sono rimasti più in forma e più giovani per un tempo maggiore”.

I ricercatori spiegano che i ribosomi usano il 10-20% dell’energia totale della cellula per produrre tutte le proteine necessarie per il corretto funzionamento della cellula stessa. Per questo motivo, la sostituzione dei ribosomi difettosi risulta impraticabile. Invece, la regolare riparazione delle singole parti danneggiate permette ai ribosomi di continuare a produrre proteine di alta qualità, che a loro volta permettono alle cellule e all’intero organismo di funzionare bene. Gli scienziati precisano di non essere stati i primi a trovare un collegamento tra restrizione calorica e durata della vita. Tuttavia, prima di loro nessuno aveva mai dimostrato che la sintesi proteica può essere rallentata, né aveva riconosciuto il ruolo svolto dai ribosomi nella produzione di cambiamenti biochimici che aiutano a restare giovani. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Cereali integrali, frutta, verdura, noci e semi per il bene dei nostri vasi sanguigni.

Un’alimentazione non corretta ha contribuito nel corso del 2015 a circa 400mila premature, legate soprattutto a problemi cardiovascolari e a ictus. «I nostri dati non sono sufficienti a dimostrare un legame diretto causa-effetto tra cattiva alimentazione e decessi, ma di certo le scelte alimentari hanno un grande peso in questo senso» esordisce Ashkan Afshin dell’Università di Washington a Seattle, che nel corso del meeting annuale della American hearth association recentemente svoltosi a Portland (Stati Uniti) ha presentato i risultati di un’analisi svolta sulla base dei dati di diverse fonti, incluso lo Us national health and nutrition examination survey dal 1990 al 2012.
In particolare l’esperto sottolinea che le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte negli Stati Uniti e l’alimentazione è senza dubbio in cima alla lista dei fattori di rischio modificabili. Proprio per questa ragione è importante che i cittadini e chiunque si occupi di politiche sanitarie tenga in grande considerazione quelle che sono le basi della buona alimentazione.
Come spiega Afshin infatti, si tratta di evitare non solo gli eccessi di cibi “cattivi”, ma anche le carenze di cibi “buoni”.
«Il contributo dell’alimentazione sui decessi che abbiamo calcolato nella nostra analisi non è dato solo dal fatto che la dieta è spesso troppo ricca di sale, grassi saturi e altri cibi dannosi per la salute, ma anche dalla carenza di alimenti che hanno invece un effetto positivo su cuore e vasi come per esempio cereali integrali, frutta, verdura, noci e semi» spiega l’autore, precisando che se si seguissero regimi alimentari più sani sarebbe possibile prevenire circa metà dei decessi registrati per malattie cardiovascolari o ictus.
«La buona notizia è che non è mai troppo tardi per cambiare registro, eliminare i cibi dannosi e inserire quelli benefici per la salute cardiovascolare» commenta Samantha Heller, che si occupa di nutrizione clinica al NYU Langone Medical Center di New York City. (fonte: dica33.it)

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Bere una bevanda zuccherata al giorno è dannoso per la salute.

Chi beve una bevanda zuccherata al giorno corre un rischio due volte maggiore di sviluppare il pre-diabete. Quest’ultima è una condizione caratterizzata da livelli ematici di glucosio superiori alla norma, ma non così elevati da determinare un diabete conclamato. Tuttavia, rappresenta il primo passo per lo sviluppo della malattia. Il consumo regolare di queste bibite, inoltre, risulta anche associato a un aumento dell’insulino-resistenza, un altro fattore di rischio per il diabete di tipo 2. È quanto emerge da un studio pubblicata sulla rivista Journal of nutrition dai ricercatori della Tufts University di Boston (Usa), coordinati da Nicola M. McKeown, che afferma: “Anche se non può stabilirne le cause, il nostro studio suggerisce che l’elevata assunzione di bevande zuccherate aumenta le probabilità di sviluppare condizioni che portano all’insorgenza del diabete di tipo 2. Se non attuano un cambiamenti dello stile di vita, i soggetti con prediabete sono destinati a sviluppare il diabete”.

Gli autori hanno monitorato, per 14 anni, lo stato di salute e le abitudini alimentari di 1.685 adulti di mezza età. All’inizio dell’indagine nessuno dei partecipanti era affetto da pre-diabete o diabete. Tuttavia, al termine del periodo di osservazione, è emerso che i soggetti che consumavano un’elevata quantità di bibite zuccherate – circa sei lattine a settimana – correvano un rischio più elevato del 46% d’incorrere nel pre-diabete, rispetto a chi le beveva raramente o mai. Inoltre, i maggiori consumatori di queste bibite avevano anche l’8% di probabilità in più di sviluppare l’insulino-resistenza rispetto agli altri.

Secondo gli scienziati, l’indagine dimostra che l’assunzione elevata di bevande zuccherate predispone allo sviluppo del diabete di tipo 2. Ma osservano che il pre-diabete è una condizione reversibile, per cui se diagnosticata precocemente, può essere contrastata attraverso un cambiamento nello stile di vita. Il primo passo, quindi, potrebbe essere proprio l’eliminazione dalla dieta delle bibite zuccherate. “I nostri risultati supportano le raccomandazioni di limitare l’assunzione di bibite zuccherate, che possono essere sostituite con bevande più sane come l’acqua o il caffè e il tè non zuccherati – conclude il dottor McKeown -. Questa semplice modifica della dieta potrebbe arrecare un beneficio sostanziale alla salute delle persone che ogni giorno consumano bibite zuccherate e che corrono un maggior rischio di sviluppare il diabete”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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