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Caldo: attenzione alla modalità di conservazione dei cibi e alla loro provenienza.

Controllare la data di scadenza, le modalità di conservazione e la provenienza dei cibi: sono queste le regole base per difendersi da infezioni e intossicazioni alimentari. Se vanno osservate tutto l’anno, durante l’estate occorre prestarvi ancora più attenzione. Con le alte temperature, infatti, triplica il rischio di sperimentare disturbi gastrointestinali provocati da alimenti contaminati da microrganismi (infezioni), o da sostanze tossiche prodotte dagli stessi microbi (intossicazioni). Lo spiega Francesco Tanasi, Segretario nazionale del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori), che ha elencato le misure da adottare per evitare i prodotti a rischio:
Nei luoghi di ristorazione è opportuno diffidare dei cibi freddi conservati per diverso tempo a temperatura ambiente, soprattutto se contengono gelatine, creme, maionese, mascarpone, salse e uova;
Prestare attenzione all’aspetto dei cibi: se le confezioni dei surgelati presentano della brina, significa che potrebbero essere state sottoposte a un cattivo mantenimento;
Se le confezioni degli alimenti presentano un rigonfiamento, è consigliabile buttarle. Prestare maggiore attenzione agli involucri dei prodotti freschi come latte, mascarpone e creme;
Non bere l’acqua o le bevande lasciate sotto i raggi del sole. Occorre ricordare, inoltre, che anche le bibite hanno una scadenza, che va sempre controllata;
Non comprare pesce e frutti di mare di dubbia provenienza. Acquistare solo le cozze e le vongole contenute in confezioni sigillate e avvolte da una retina di plastica, corredata di un’etichetta in cui sono indicati il peso e la scadenza del prodotto. È opportuno ricordare che i frutti di mare possono essere conservati al massimo per 4 giorni e in frigorifero, alla temperatura di 6°C. Per quanto riguarda il pesce, si consiglia di analizzare anche il colore, l’odore e l’aspetto generale prima di acquistarlo;
Non comprare i surgelati nei negozi e nei bar in cui il congelatore è stracolmo di prodotti. Per una corretta conservazione, infatti, gli alimenti non devono mai superare un certo carico. È preferibile, poi, acquisire i cibi conservati nei freezer con gli sportelli chiusi, che solitamente sono verticali;
A differenza dei cibi congelati, quelli surgelati presentano cristalli di ghiaccio più piccoli, microscopici. Se, quindi, si nota che l’alimento è ricoperto da cristalli di ghiaccio più grandi, è possibile che abbia subito un’interruzione della catena del freddo. Pertanto, se il gelato perde la sua compattezza e cremosità e diventa come la brina, va buttato;
Quando si acquista il prosciutto, fare attenzione che il negoziante non lo tocchi con le mani. Lo stesso discorso vale anche quando si chiede un panino al bar o quando il cameriere serve una bibita prendendo il bicchiere dall’alto. Se poi il negoziante oltre a servire i clienti sta anche alla cassa, occorre chiamare subito le forze dell’ordine;
Non acquistare i prodotti deteriorabili da ambulanti privi di celle frigorifere adeguate alla conservazione degli alimenti;
Controllate sempre la data di scadenza di tutti gli alimenti. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Consumare spesso carne grigliata può diventare un problema per l’organismo.

Consumare spesso carne alla griglia o alla piastra può aumentare il rischio di diabete. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston e pubblicato sulla rivista Diabetes Care. Prendendo in esame un gruppo di oltre 59mila donne, è emerso che quelle che consumavano carne cotta alla griglia o alla piastra avevano un rischio più alto di diabete rispetto a quelle che mangiavano carne cotta diversamente. In particolare nelle donne che consumavano 2 o più volte a settimana carne cotta sulla piastra o sul barbecue, il rischio di sviluppare il diabete tipo 2 era il 20-30% più alto rispetto a quelle che la consumavano solo 1 volta al mese. “Quando si cuoce a temperature molto elevate, come succede con la cottura alla griglia – spiega Roberto Miccoli del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa – da alcune sostanze che compongono la carne, quali proteine, carboidrati e creatina, si formano i cosiddetti HCA, cioè amine eterocicliche”. “In particolare – aggiunge – le ritroviamo nelle parti bruciacchiate, nerastre presenti sulla superficie della carne cotta. Oltre a queste vanno considerate quelle che si sviluppano quando il grasso di cottura raggiunge la brace ardente e si infiamma, sostanze chiamate PAH (idrocarburi aromatici policiclici). I fumi che contengono questi PAH penetrano nella carne. I PAH si ritrovano anche nel fumo di sigaretta e nelle carni affumicate. Tutti questi prodotti sono risultati associati anche con il cancro, l’obesità, l’infiammazione e la resistenza all’insulina”. “Se si consuma occasionalmente una bistecca cotta alla griglia – conclude Miccoli – il rischio di diabete è basso, ma se questo metodo di cottura è usato di frequente allora è consigliabile non solo ridurre il consumo di carne rossa ma usare anche metodi di cottura a basse temperature”. (fonte: ANSA).

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Le fragole.

Macedonie, gelati, mousse, dolci, con panna o cioccolato. Tra primavera ed estate ci pensano le fragole a colorare di rosso le nostre tavole. Al gusto, da apprezzare consumandole in decine di modi, si uniscono tanti benefici per la salute. Le fragole sono povere di calorie, con sole 27 Kcal per 100 grammi di prodotto, ma ricche di tanti preziosi nutrienti.

I più abbondanti sono il potassio, il calcio e il fosforo tra i sali minerali e la vitamina C tra le vitamine a cui aggiungere l’acido folico, oltre alle fibre e ai tanti composti antiossidanti: antocianine, acido ellagico, quercetina e kempferolo. A questi nutrienti sono associati diversi possibili effetti benefici per l’organismo:

– Cuore e vasi. Proprio gli antiossidanti sono alleati della salute cardiovascolare. Il consumo regolare di antocianine sembra proteggere dagli attacchi cardiaci mentre la quercetina svolge un’azione antinfiammatoria che può ridurre il rischio di aterosclerosi e proteggere dai danni associati al colesterolo “cattivo”. L’introito di fragole aiuterebbe inoltre a ridurre i livelli di omocisteina, un metabolita della coagulazione sanguigna e tra i fattori di rischio cardiovascolare. Sempre grazie a queste sostanze le fragole possono ridurre i valori della pressione e contrastare l’aggregazione delle piastrine. Infine le fibre e il potassio contenuti nelle fragole aiuterebbero a contrastare le ischemie cardiache;

– Meno radicali liberi. Ancora una volta il merito va agli antiossidanti: queste sostanze contrastano i radicali liberi e potrebbero svolgere un’azione anti-cancro;

– Stipsi. Le fragole hanno un contenuto in acqua superiore al 90%. Se a questa aggiungiamo le fibre, ecco che – come tutti i frutti dal profilo nutrizionale simile – questo prodotto aiuta a mantenere una buona regolarità intestinale e a prevenire la stitichezza;

– Allergia e asma. La quercitina ha anche un effetto antinfiammatorio utile per attenuare i sintomi delle allergie, mentre la vitamina C potrebbe aiutare a contrastare l’asma;

– Per i pazienti diabetici. Le fibre e il basso indice glicemico contribuiscono a mantenere sotto controllo il livello degli zuccheri nel sangue, evitando improvvisi picchi glicemici;

– Acido folico. Essenziale in gravidanza (meglio, anche immediatamente prima di una gravidanza) l’acido folico in dosi appropriate garantisce un corretto sviluppo del feto e aiuta a prevenire i difetti del tubo neurale. Inoltre l’acido folico contenuto nelle fragole può contribuire a contrastare la depressione riducendo i livelli di omocisteina; se questi sono troppo elevati contrasta con la produzione degli ormoni del buonumore, ovvero serotonina, dopamina e norepinefrina. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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La dieta mediterranea protegge anche il colon-retto.

Diversi studi hanno dimostrato che seguire la dieta mediterranea protegge dallo sviluppo del cancro al colon-retto.  Ma quali sono i principali responsabili di questo effetto benefico? Tanta frutta, presenza elevata di pesce e assenza (o quasi) di bibite analcoliche. Lo hanno scoperto gli scienziati israeliani del Tel-Aviv Medical Center e dell’Università di Haifa diretti da Naomi Fliss Isakov, che spiega: “Abbiamo osservato che ognuna di queste tre scelte è stata associata a una probabilità inferiore di oltre il 30% che una persona sviluppi una lesione avanzata e pre-cancerosa del colon-retto, rispetto agli individui che non consumano nessuno dei componenti della dieta mediterranea. Tra i soggetti che seguono tutte e tre queste opzioni salutari i benefici sono ancora maggiori, tanto che il rischio si riduce di quasi l’86%”.

È noto, spiegano gli autori, che i tumori del colon-retto siano associati a un’alimentazione caratterizzata da poche fibre e da un’elevata presenza di carne rossa, alcol e alimenti ipercalorici. Finora, tuttavia, non risultava chiaro quali fossero gli elementi della dieta mediterranea capaci di ridurne il rischio. Per scoprirlo, gli studiosi hanno coinvolto 808 persone di età compresa tra 40 e 70 anni, che non presentavano un rischio elevato di sviluppare il cancro al colon-retto. I partecipanti sono stati sottoposti a colonscopia e sono stati invitati a compilare un questionario relativo alle loro abitudini alimentari, che risultava suddiviso in diverse categorie. Nello specifico, le domande erano dirette a misurare il consumo quotidiano di carne rossa, alcol e bevande analcoliche, e quello dei cibi che caratterizzano la dieta mediterranea: frutta, verdura e legumi, frutta secca e semi, cereali integrali, pesce e pollame.

Al termine dell’indagine, che è stata presentata durante il convegno: “Esmo 19th World Congress on Gastrointestinal Cancer”che si è svolto dal 28 giugno al 1° luglio a Barcellona (Spagna), i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che presentavano polipi di dimensioni maggiori nel colon-retto consumavano meno cibi tipici della dieta mediterranea: nello specifico mangiavano circa 1,9 alimenti rispetto a una media di 4,5. In particolare, è emerso che il consumo regolare di almeno due o tre elementi caratteristici di questo regime alimentare, rispetto a nessuno, era associato a una probabilità dimezzata di avere polipi in fase avanzata. In generale, gli scienziati hanno osservato che quanto più venivano rispettati i dettami della dieta mediterranea, tanto meno era presente il rischio di avere queste formazioni all’interno del colon-retto.

Gli studiosi hanno poi adattato tutti i dati a disposizione in modo da poter tenere conto anche di altri fattori di rischio. Alla fine, sono giunti alla conclusione che il modo migliore per ridurre il pericolo di sviluppare il cancro al colon-retto era combinare unelevato consumo di frutta e di pesce a un’assunzione estremamente ridotta di bevande analcoliche. Il passo successivo, concludono gli esperti, consisterà nello scoprire se la dieta mediterranea può ridurre le probabilità d’incorrere nel carcinoma colorettale anche nei soggetti ad alto rischio. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Fra breve si mangerà anche la carne sintetica…

Poter comprare al supermercato della carne sintetica, un’ipotesi fantascientifica fino a pochi anni fa, è così a portata di mano che invece di chiedersi ‘se’ questo sarà possibile è il momento di scommettere su ‘quando’. A iniziare una vera e propria gara è la start up californiana Hampton Creek, che ha dichiarato di voler mettere il prodotto sugli scaffali entro la fine dell’anno prossimo, con due anni di anticipo rispetto all’unico competitor finora sul mercato.

“Entro la fine del prossimo anno avremo qualcosa sul mercato – ha affermato Josh Tetrick, Ceo della compagnia, specializzata nella maionese vegana e in altri prodotti senza derivati animali -. Sarà molto d’aiuto il fatto di essere già nei negozi con i nostri prodotti, invece di dover iniziare le relazioni da zero”.

Nel mondo ci sono diverse start up che stanno lavorando alla carne sintetica, o ‘carne ripulita’ come preferiscono chiamarla i ricercatori, da Mosa Meat a Impossible food a Beyhond Meat, ma finora solo una, Memphis Meats, si era spinta a predire un ingresso sul mercato nel 2021. A giocare a favore di Hampton Creek, sottolinea la rivista, ci sono le dimensioni: Memphis Meat ha raccolto 3 milioni di dollari dalla fondazione nel 2015, mentre i rivali, la cui sede è a circa 40 chilometri, più di 120 dal 2011. Grazie alla maionese vegana Hampton Creek è anche uno dei cosiddetti ‘unicorni’ di Silicon Valley, vale a dire una compagnia che ha una valutazione superiore al miliardo di dollari. “Le compagnie tradizionali della carne potrebbero diventare investitori significativi – continua il Ceo -. Siamo in contatto con molte di loro in tutto il mondo, mi aspetto che una o due partnership si concretizzino presto”.

La sfida per tutti i concorrenti non è tanto produrre la carne a partire dalle singole cellule, una pratica ormai consolidata come hanno dimostrato i diversi ‘assaggi’ organizzati dai ricercatori, ma farlo ad un prezzo concorrenziale. Nel 2013, quando il ricercatore olandese Mark Post ha presentato per la prima volta al pubblico un hamburger sintetico, mezzo chilo di carne prodotta in laboratorio costava 1,3 milioni di dollari. Quest’anno Memphis Meat ha invece offerto al pubblico pollo e anatra sintetici ad un costo di 6mila dollari. Il problema da risolvere per abbassare ulteriormente la cifra è superare l’uso di siero bovino fetale, cioè il sangue estratto dai feti di mucche, per far crescere la carne, ma gli scienziati di Hampton Creek starebbero lavorando ad alternative meno costose di origine vegetale. (fonte: ANSA)

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Allarme caldo: attenzione agli energy drinks.

Con l’estate aumenta il consumo di bevande rinfrescanti, dolci ed energetiche. In particolare negli ultimi anni si è registrato un aumento consistente del consumo di energy drink, anche se alcuni paesi europei, come la Danimarca, non ne hanno autorizzato la vendita. Bevande ‘di moda’, ma gli esperti invitano alla cautela. I cosiddetti energy drink, spiega Simona Chialastri, nutrizionista e biologa all’Istituto Neurotraumatologico Italiano (Ini) e docente all’Università Tor Vergata, “sono composti principalmente anche da caffeina: è una sostanza psicoattiva, stimola il sistema nervoso, aumentando la frequenza cardiaca e migliorando la resistenza durante l’attività fisica.
A dosi elevate può dare effetti indesiderati come nervosismo, insonnia, battito cardiaco irregolare ed accelerato, disturbi intestinali. La dose giornaliera di caffeina ritenuta accettabile per un adulto in buone condizioni di salute è di 400 mg, ma per gli adolescenti scende a 100 mg. Una tazzina di caffè ne contiene 80mg, un bicchiere di coca cola 35 mg, per arrivare a 120 mg con una lattina di energy drink. Tali bevande contengono anche Taurina (sostanza che sembrerebbe potenziare gli effetti della caffeina), Guaranà (pianta originaria della foresta amazzonica che in grandi quantità può avere gli stessi effetti avversi della caffeina), glucosio o saccarosio, alcune vitamine e minerali come calcio, sodio e potassio, vitamine del gruppo B”. Gli energy drinks, avverte l’esperta, “devono dunque essere consumati con moderazione e se possibile evitarne proprio il consumo, proprio a cause dei suoi componenti. Un consumo eccessivo di caffeina, può dar luogo infatti ad ansia, insonnia, eccitazione, nervosismo, tachicardia e disturbi gastrointestinali. Anche un consumo eccessivo di taurina può avere degli effetti indesiderati, come ipertensione, disturbi gastrointestinali. Senza dimenticare gli zuccheri forniti, che possono concorrere all’obesità sopratutto se il consumo di tali bevande, al pari delle altre bevande zuccherine, è protratto nel tempo ed in quantità eccessive”. Inoltre, ricercatori americani, in un recente studio, hanno notato che gli effetti avversi su attività cardiaca e pressione arteriosa sono maggiori in chi consuma bevande energetiche rispetto al solo consumo di caffeina.
“Dunque, per dissetarsi – conclude Chialastri – meglio centrifugati e tanta acqua, sopratutto in chi soffre di pressione alta o disturbi cardiaci, almeno fino a che non siano stati accertati gli effetti di tali bevande sulla salute”. (fonte: ANSA)

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No allo spreco alimentare!

«Un’enorme quantità di alimenti nutrienti finisce ogni giorno nelle discariche invece di coprire i bisogni nutrizionali delle persone». Sono le parole di Marie Spiker, del Johns Hopkins center for a livable future di Baltimora, negli Stati Uniti, prima autrice di uno studio pubblicato sulla rivista Journal of the Academy of nutrition and dietetics che insieme ai colleghi ha voluto analizzare il cibo che buttato o sprecato ogni giorno in termini di nutrienti utili per la salute umana.
«Secondo stime abbastanza recenti, ogni statunitense spreca ogni giorno una quantità di cibo compresa tra 1.249 e 1.400 chilocalorie (kcal), che corrisponde a una percentuale pari a 31 per cento-40 per cento di tutto il cibo» esordiscono gli autori spiegando che non è nota la quantità dei diversi macronutrienti (carboidrati, grassi e proteine) e micronutrienti (vitamine e minerali) contenute nel cibo destinato alla discarica.
Utilizzando i dati del National nutrient database for standard reference, Spike e colleghi hanno calcolato il valore nutrizionale del cibo sprecato a livello di rivenditori e consumatori finali relativo a 213 beni di consumo. E a conti fatti le analisi hanno dimostrato che questo cibo perso o buttato negli Usa contiene 1.217 kcal, 33 grammi di proteine, 5,9 grammi di fibra alimentare, 1,7 mg di vitamina D, 286 mg di calcio e 880 mg di potassio a testa al giorno.
«I 5,9 grammi di fibre al giorno rappresentano il 23 per cento della dose giornaliera raccomandata per una donna ed è importante sottolinearlo da momento che nello stesso periodo i dati parlano di una carenza di 8,9 grammi di fibre/giorno per le donne statunitensi» commentano gli autori. Come ricordano Spike e colleghi, realisticamente parlando, solo una parte del cibo oggi sprecato può essere recuperato per il consumo umano, ma gli sforzi per cercare di ridistribuire il cibo in eccesso o per prevenire lo spreco possono senza dubbio aumentare la disponibilità di nutrienti fondamentali per la salute, risparmiando denaro e risorse naturali.
Lo spreco di cibo non è prerogativa degli Stati Uniti: la Commissione Europea sottolinea infatti che in Europa ogni anno vengono persi/sprecati 88 milioni di tonnellate di cibo, equivalenti a 143 miliardi di euro.
«Tutti i protagonisti della catena alimentare hanno un ruolo nel prevenire e ridurre lo spreco di cibo a partire da chi produce e lavora le materie prime (gli agricoltori e le aziende alimentari) a quelli che rendono il cibo disponibile per gli altri (ristoratori o rivenditori), fino ad arrivare agli stessi consumatori» spiegano gli esperti ricordando che lo spreco di cibo è un problema che si manifesta a diversi livelli.
Nei paesi industrializzati, Italia compresa, molto di questo spreco è legato ai consumatori finali, come dimostrano anche i dati europei: 47 su 88 milioni di tonnellate di cibo sprecato vengono persi a livello domestico, il 53 per cento del totale. (fonte: dica33.it)

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I broccoli contro il diabete di tipo 2.

Il sulforafano, una sostanza contenuta nei broccoli, potrebbe rivelarsi utile per il trattamento del diabete di tipo 2. Un team di ricercatori provenienti, tra gli altri centri di ricerca, dalla Lund University di Malmö (Svezia), ha indagato i potenziali effetti di questo composto per il controllo della glicemia nei pazienti diabetici.

In uno studio pubblicato su Science Translational Medicine gli scienziati hanno messo a confronto il profilo genetico dei tessuti interessati dalla patologia e quello di potenziali farmaci antidiabetici. In particolare sono stati presi in considerazione 50 geni associati al diabete e 3852 componenti. Tra questi il più promettente è risultato proprio il sulforafano, un composto naturale presente nei broccoli e in altre crucifere.

L’azione del sulforafano è stata testata su topi di laboratorio nutriti con una dieta ad alto contenuto di grassi o di fruttosio. Si è visto come il composto avesse migliorato la loro tolleranza al glucosio e ridotto la produzione di glucosio in cellule epatiche in coltura.

I ricercatori hanno poi somministrato l’estratto concentrato di broccoli a 97 pazienti con diabete di tipo 2 in un trial di 12 settimane. I partecipanti obesi hanno mostrato una riduzione significativa della glicemia a digiuno rispetto al gruppo di controllo.

Secondo i ricercatori il sulforafano potrebbe costituire una valida alternativa ai trattamenti disponibili per il diabete. Al mondo sono più di 300 milioni le persone colpite e circa il 15% non può ricorrere alla metformina a causa dei potenziali rischi alla funzione renale. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Esiste un’associazione tra il consumo frequente di patatine fritte e la morte precoce.

L’eccessivo consumo di patatine fritte potrebbe mettere seriamente a rischio la salute: l’assunzione frequente di questo alimento (pari a due-tre volte a settimana) è stata, infatti, associata a un rischio due volte maggiore di morte prematura. Lo evidenzia uno studio pubblicato sulla rivista the American Journal of Clinical Nutrition da un gruppo di ricerca internazionale diretto dall’italiano Nicola Veronese, del Centro nazionale ricerche di Padova, che avverte: “Il consumo di patate fritte continua a crescere in tutto il mondo”.

Nel corso della ricerca, gli autori hanno analizzato per otto anni le abitudini alimentari e lo stato di salute di  4.400 cittadini nordamericani, di età compresa tra 45 e 79 anni, che avevano preso parte a uno studio sull’artrosi.  Gli studiosi hanno esaminato, in particolare, la frequenza con cui i volontari consumavano le patatine fritte e, sulla base dei risultati, li hanno suddivisi in diversi sottogruppi. Durante il periodo di osservazione, sono morti 236 partecipanti.

Al termine dell’indagine, è emersa un’associazione tra il consumo frequente di questo cibo e la morte precoce. I soggetti che rientravano nel gruppo che consumava le patatine fritte due o tre volte a settimana correvano, infatti, un rischio due volte più elevato di morire prematuramente, rispetto a quelli che non mangiavano mai l’alimento. Gli scienziati precisano che l’età e il sesso dei partecipanti non hanno influenzato i risultati dell’analisi. Tuttavia, i dati raccolti evidenziano che gli uomini e i soggetti giovani avevano maggiori probabilità di consumare spesso le patatine fritte rispetto alle donne e alle persone più anziane.

Gli autori specificano che lo studio è osservazionale, per cui sulla base di questi risultati non è possibile dichiarare con certezza che mangiare spesso le patate fritte possa provocare una morte precoce. Per affermarlo, osservano gli autori, sono necessarie ulteriori ricerche. Tuttavia, gli studiosi ritengono che il consumo eccessivo di questo alimento potrebbe nuocere alla salute. È stato, infatti, dimostrato che i grassi trans presenti nell’olio utilizzato per friggere aumentino i livelli di colesterolo cattivo nel sangue, incrementando il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. “Anche se si tratta di uno studio osservazionale – conclude Veronese -, riteniamo che l’olio da cucina, ricco di grassi trans, rappresenti un fattore importante per spiegare la mortalità nelle persone che consumano troppe patatine fritte”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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L’estratto di uva potrebbe essere efficace contro i tumori del colon.

L’estratto di uva potrebbe essere efficace contro i tumori del colon, una forma molto comune di cancro che ogni anno colpisce in Italia circa 35mila persone. Un esperimento su topi ha dimostrato la capacità di un composto di resveratrolo e semi di uva di dimezzare il rischio di malattia nei topi, in quanto sopprime le cellule staminali tumorali.
I ricercatori della Pennsylvania State University di State College, guidati da Jairam Vanamala, hanno utilizzato 52 topi con tumore del colon, dividendoli in tre gruppi: a un gruppo è stata somministrata una integrazione a base di resveratrolo (composto polifenolico che si trova in uva, arachidi e bacche) unito a estratto di semi di uva; a un altro gruppo è stato somministrato sulindac (antinfiammatorio che previene i tumori nell’uomo) e a un terzo gruppo nulla. I ricercatori hanno scoperto che l’incidenza di tumori nei topi che hanno ricevuto l’estratto di uva è diminuito del 50%. Una proporzione simile a quella osservata nel gruppo che assunto sulindac, ma senza alcuna tossicità. In vitro, gli esperimenti hanno prodotto risultati simili, determinando la base molecolare per l’effetto benefico, attribuibile all’effetto sulle cellule staminali tumorali, ovvero cellule responsabili della progressione della malattia. Lo studio, pubblicato sulla rivista BMC Complementary and Alternative Medicine, anche scoperto che il resveratrolo e l’estratto di semi d’uva non sono altrettanto efficaci se presi separatamente, ma è l’effetto combinato che produce i migliori risultati. (fonte: ANSA)

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