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Archive for luglio 2017

La dieta mediterranea tutela anche il nostro cervello.

La dieta mediterranea rallenta l’invecchiamento e protegge il cervello. Negli anziani che la seguono il cervello infatti si restringe meno rispetto a chi non l’ha adottata. Lo ha verificato uno studio dell’università di Edimburgo, pubblicato sulla rivista Neurology. La dieta mediterranea ha i suoi pilastri nella frutta, verdura, olio d’oliva, legumi e cereali, un moderato consumo di pesce, formaggio e vino e poca carne rossa e pollame. ”Quando invecchiamo, il cervello si restringe e perdiamo cellule cerebrali: tutto ciò influisce sulla memoria e l’apprendimento – commenta Michelle Luciano, coordinatrice dello studio – La nostra ricerca aggiunge un altro tassello ai tanti che indicano l’impatto positivo della dieta mediterranea sulla salute del cervello”. I ricercatori hanno raccolto le informazioni sulle abitudini alimentari di 967 persone sane di circa 70 anni. A 562 di loro hanno fatto una risonanza magnetica a 73 anni per misurare il volume del cervello, della materia grigia e lo spessore della corteccia, che è lo strato più esterno. Dopo 3 anni a 401 di loro hanno fatto una seconda risonanza magnetica, per valutare l’impatto della dieta mediterranea. Si è così visto che chi non l’aveva adottata aveva subito la perdita maggiore di volume del cervello rispetto a chi invece l’aveva seguita bene: una differenza dello 0,5% nel volume cerebrale, pari alla metà di quello che si ha col normale invecchiamento. Non è stata invece trovata una relazione tra dieta mediterranea, volume della materia grigia e spessore della corteccia, né tra il consumo di pesce e carne e cambiamenti del cervello, contrariamente a quanto rilevato da altri studi. ”E’ possibile che altri componenti della dieta mediterranea abbiano questo impatto o la loro combinazione presi tutti insieme – conclude Luciano – Il nostro studio evidenzia come la dieta dia una protezione di lunga durata al cervello”. (fonte: ANSA)

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Colazione da re, pranzo da principe e cena da mendicante…

Una colazione abbondante, consumata come pasto principale della giornata, aiuta negli anni a dimagrire o mantenere il peso. A rafforzare l’indicazione già nota è un ampio studio pubblicato sul Journal of Nutrition, che ha preso in esame le abitudini di ben 50.660 persone dai 30 anni in su, seguite in media per 7 anni nel corso della loro vita.
All’inizio, i ricercatori della School of Public Health di Loma Linda, in California, hanno invitato i partecipanti a compilare un questionario, specificando la loro storia medica, le pratiche alimentari, l’attività fisica. Quindi li hanno seguiti con questionari periodici. Ne è emerso che le persone che hanno mangiato regolarmente solo uno o due pasti al giorno hanno avuto una diminuzione dell’Indice di massa corporea (IMC).

Al contrario, coloro che hanno mangiato più di tre pasti al giorno tendevano a ingrassare, e più i pasti consumavano, comprese le merende, maggiore era il guadagno di peso. Le persone che facevano colazione regolarmente tendevano a perdere peso più di quelle che la saltavano. E, ancora più importante, i partecipanti il ​​cui pasto più grande della giornata era la prima colazione hanno registrato una forte diminuzione del IMC, a differenza di coloro che hanno fatto di pranzo o cena il loro pasto principale. Inoltre, saltare la cena contribuiva alla perdita di peso, così come lasciar passare 5 o 6 ore tra colazione e pranzo, astenendosi da snack. Infine, anche tra persone over 60 anni, chi faceva della prima colazione il pasto principale tendeva ad evitare il guadagno di peso tipico di questa fascia di età.
L’importanza della colazione è già stata dimostrata da precedenti studi, ma questa è la prima analisi condotta su un campione di popolazione così ampio. I risultati saranno presentati alla Conferenza Internazionale sulla Nutrizione in Medicina, in programma a Washington. (fonte: ANSA)

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Cosa mangiare durante l’allattamento?

Quali cibi fanno bene e aiutano a produrre più latte? Sono le domande che tante mamme si fanno con l’arrivo di un figlio. Il punto di partenza è un’alimentazione corretta da parte della madre. E senz’altro carne, pesce, formaggi freschi, yogurt, cereali e frutta secca sono gli alimenti con cui si può ottenere il giusto apporto di calorie e nutrienti. Lo ha spiegato Patrizia Colarizi, professore di Neonatologia dell’università Sapienza di Roma, ad Expo. Colarizi ne ha parlato nell’incontro organizzato dal ministero della Salute per Spazio Donna sulla corretta alimentazione in allattamento. ”In questa fase serve una quantità di calorie in più – precisa Colarizi – variabile a seconda del momento in cui si allatta e anche se si tratta di allattamento esclusivo o misto”. Nel caso di allattamento esclusivo i è calcolato che per produrre latte a sufficienza la donna, se sana e attiva, ha bisogno di 500 calorie, 21 g di proteine e 700 g di acqua in più, che si ottengono con carne, pesce, formaggi freschi, yogurt, cereali e frutta secca. Se l’alimentazione è equilibrata non sono necessari supplementi”. (fonte: ANSA)

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Un uovo al giorno contro la malnutrizione.

Un uovo al giorno per un’adeguata crescita dei bambini. Nei Paesi dove l’incidenza della malnutrizione infantile è molto alta, il consumo quotidiano di uova per sei mesi potrebbe ridurre il rischio di arresto della crescita. L’indicazione arriva da uno studio della Washington University (Usa) pubblicato su Pediatrics. L’arresto della crescita è conseguenza della denutrizione e impatta negativamente e in modo irreversibile sullo sviluppo fisico.

Un bambino, secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), presenta questa condizione quando l’indice di crescita che rapporta l’altezza all’età è inferiore di più di due deviazioni standard alla mediana del Child Growth Standard dell’Oms. Lo studio in questione è stato condotto su bambini da 6 a 9 mesi dell’Ecuador, un Paese che presenta alti tassi di arresto della crescita.

I bambini coinvolti sono stati assegnati a due gruppi: per il primo – a differenza del secondo – è stata messa a punto una dieta che prevedeva il consumo di un uovo al giorno per sei mesi. Al termine dello studio, nel primo gruppo, è emersa una riduzione della prevalenza dell’arresto della crescita del 47%. Gli indici di crescita dei bambini che ne facevano parte erano migliori rispetto a quelli del gruppo di controllo. Anche la prevalenza del sottopeso era diminuita del 74% sempre nel gruppo che aveva consumato un uovo al giorno. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Le allergie non vanno in vacanza…

Frutti di mare, pesche, vespe, acari e polline d’ambrosia: sono i 5 maggiori rischi estivi per gli allergici. A mettere in guardia è Marzia Duse, presidente della Società Italiana Allergologia e Immunologia (Siaip). “Le allergie d’estate non vanno in vacanza – spiega – anzi colpiscono all’improvviso proprio perché in una stagione in cui non sono attese”. Tra i primi rischi le punture di api, vespe e calabroni che spuntano appena si tira fuori qualcosa da mangiare o da bere e si trovano di frequente vicino docce e piscine. “In Italia – spiega l’esperta – 9 persone su 10 vengono punte da un imenottero almeno una volta nella vita e il 5-10% sviluppa una reazione anafilattica, più frequente tra gli adolescenti”.
Meglio quindi evitare di camminare scalzi sull’erba, odorare da vicino i fiori e, se si mangia all’aperto, coprire cibi e bevande. Ma il rischio può arrivare anche da un piatto di spaghetti allo scoglio. I crostacei, come gamberi e scampi, e i molluschi, come vongole e seppie, infatti contengono allergeni e, tipicamente d’estate, se ne fa ampio consumo. Inoltre, “possono contenere un parassita allergizzante, l’anisakis. Le conseguenze – sottolinea Duse – possono andare dall’orticaria allo shock anafilattico”. Ma anche la frutta non è innocua. In particolare quella con osso come pesche, albicocche e susine. “I sintomi sono in genere un senso di prurito in gola, normalmente non grave. Per evitarlo, vanno consumate sbucciate perché nella buccia si concentrano le sostanze allergizzanti”. Attenzione poi a una pianta poco conosciuta, l’ambrosia, che fiorisce in estate, soprattutto vicino strade e ferrovie. “Può provocare sintomi simili a quelli delle graminacee, come riniti, congiuntiviti e in alcuni casi asma”. Dito puntato infine contro gli acari, che in estate vanno in letargo, ma, conclude l’esperta, “i loro escrementi, che contengono gli allergeni, si nascondono nei divani e nei materassi delle case al mare o in campagna aperte raramente, e possono così scatenare inaspettate reazioni nei soggetti predisposti”. (fonte: ANSA)

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Dieta ipocalorica: fa bene, ma non allunga la vita

Una dieta con poche calorie fa bene alla salute ma non allunga la vita. Lo ha dimostrato uno studio sulla restrizione calorica condotto per 23 anni sui macachi, pubblicato su Nature. I risultati della ricerca, coordinata da Julie Mattison dell’Istituto nazionale sull’invecchiamento a Dickerson negli Stati Uniti sono in contrasto con altri studi che indicano che limitare l’assunzione di calorie a una percentuale tra il 10% e il 40% di una dieta nutriente, può allungare la vita in diverse specie.
Lo studio ha voluto verificare gli effetti della restrizione calorica sulle scimmie, che, come osservato in un altro studio, si presume possano avere un impatto positivo sulla durata della vita, avvicinandosi così allo studio dell’invecchiamento nell’uomo. In sostanza, limitare l’apporto calorico in scimmie in età più avanzata (16-23 anni) non ha aumentato la loro sopravvivenza, ma ha migliorato la salute e la funzione del loro metabolismo, le funzioni immunitarie, la coordinazione motoria e la resistenza alla sarcopenia (perdita di massa muscolare).Una dieta con poche calorie fa bene alla salute ma non allunga la vita. Lo ha dimostrato uno studio sulla restrizione calorica condotto per 23 anni sui macachi, pubblicato su Nature. I risultati della ricerca, coordinata da Julie Mattison dell’Istituto nazionale sull’invecchiamento a Dickerson negli Stati Uniti sono in contrasto con altri studi che indicano che limitare l’assunzione di calorie a una percentuale tra il 10% e il 40% di una dieta nutriente, può allungare la vita in diverse specie.
METABOLISMO – Lo studio ha voluto verificare gli effetti della restrizione calorica sulle scimmie, che, come osservato in un altro studio, si presume possano avere un impatto positivo sulla durata della vita, avvicinandosi così allo studio dell’invecchiamento nell’uomo. In sostanza, limitare l’apporto calorico in scimmie in età più avanzata (16-23 anni) non ha aumentato la loro sopravvivenza, ma ha migliorato la salute e la funzione del loro metabolismo, le funzioni immunitarie, la coordinazione motoria e la resistenza alla sarcopenia (perdita di massa muscolare).
Mentre per quanto riguarda le scimmie più giovani, la dieta ipocalorica ha mostrato una tendenza al ritardo dell’insorgenza di malattie associate all’età, ma anche in questo caso senza alcun prolungamento della durata della vita. Secondo gli autori, considerate le differenze tra i loro risultati e gli studi analoghi, gli effetti della restrizione calorica sulla longevità degli animali rimangono ancora da chiarire e suggeriscono una serie di fattori in grado di influenzare questi effetti, come quelli ambientali, nutrizionali e genetici. (fonte: ANSA)

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Caldo: attenzione alla modalità di conservazione dei cibi e alla loro provenienza.

Controllare la data di scadenza, le modalità di conservazione e la provenienza dei cibi: sono queste le regole base per difendersi da infezioni e intossicazioni alimentari. Se vanno osservate tutto l’anno, durante l’estate occorre prestarvi ancora più attenzione. Con le alte temperature, infatti, triplica il rischio di sperimentare disturbi gastrointestinali provocati da alimenti contaminati da microrganismi (infezioni), o da sostanze tossiche prodotte dagli stessi microbi (intossicazioni). Lo spiega Francesco Tanasi, Segretario nazionale del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori), che ha elencato le misure da adottare per evitare i prodotti a rischio:
Nei luoghi di ristorazione è opportuno diffidare dei cibi freddi conservati per diverso tempo a temperatura ambiente, soprattutto se contengono gelatine, creme, maionese, mascarpone, salse e uova;
Prestare attenzione all’aspetto dei cibi: se le confezioni dei surgelati presentano della brina, significa che potrebbero essere state sottoposte a un cattivo mantenimento;
Se le confezioni degli alimenti presentano un rigonfiamento, è consigliabile buttarle. Prestare maggiore attenzione agli involucri dei prodotti freschi come latte, mascarpone e creme;
Non bere l’acqua o le bevande lasciate sotto i raggi del sole. Occorre ricordare, inoltre, che anche le bibite hanno una scadenza, che va sempre controllata;
Non comprare pesce e frutti di mare di dubbia provenienza. Acquistare solo le cozze e le vongole contenute in confezioni sigillate e avvolte da una retina di plastica, corredata di un’etichetta in cui sono indicati il peso e la scadenza del prodotto. È opportuno ricordare che i frutti di mare possono essere conservati al massimo per 4 giorni e in frigorifero, alla temperatura di 6°C. Per quanto riguarda il pesce, si consiglia di analizzare anche il colore, l’odore e l’aspetto generale prima di acquistarlo;
Non comprare i surgelati nei negozi e nei bar in cui il congelatore è stracolmo di prodotti. Per una corretta conservazione, infatti, gli alimenti non devono mai superare un certo carico. È preferibile, poi, acquisire i cibi conservati nei freezer con gli sportelli chiusi, che solitamente sono verticali;
A differenza dei cibi congelati, quelli surgelati presentano cristalli di ghiaccio più piccoli, microscopici. Se, quindi, si nota che l’alimento è ricoperto da cristalli di ghiaccio più grandi, è possibile che abbia subito un’interruzione della catena del freddo. Pertanto, se il gelato perde la sua compattezza e cremosità e diventa come la brina, va buttato;
Quando si acquista il prosciutto, fare attenzione che il negoziante non lo tocchi con le mani. Lo stesso discorso vale anche quando si chiede un panino al bar o quando il cameriere serve una bibita prendendo il bicchiere dall’alto. Se poi il negoziante oltre a servire i clienti sta anche alla cassa, occorre chiamare subito le forze dell’ordine;
Non acquistare i prodotti deteriorabili da ambulanti privi di celle frigorifere adeguate alla conservazione degli alimenti;
Controllate sempre la data di scadenza di tutti gli alimenti. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Consumare spesso carne grigliata può diventare un problema per l’organismo.

Consumare spesso carne alla griglia o alla piastra può aumentare il rischio di diabete. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston e pubblicato sulla rivista Diabetes Care. Prendendo in esame un gruppo di oltre 59mila donne, è emerso che quelle che consumavano carne cotta alla griglia o alla piastra avevano un rischio più alto di diabete rispetto a quelle che mangiavano carne cotta diversamente. In particolare nelle donne che consumavano 2 o più volte a settimana carne cotta sulla piastra o sul barbecue, il rischio di sviluppare il diabete tipo 2 era il 20-30% più alto rispetto a quelle che la consumavano solo 1 volta al mese. “Quando si cuoce a temperature molto elevate, come succede con la cottura alla griglia – spiega Roberto Miccoli del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa – da alcune sostanze che compongono la carne, quali proteine, carboidrati e creatina, si formano i cosiddetti HCA, cioè amine eterocicliche”. “In particolare – aggiunge – le ritroviamo nelle parti bruciacchiate, nerastre presenti sulla superficie della carne cotta. Oltre a queste vanno considerate quelle che si sviluppano quando il grasso di cottura raggiunge la brace ardente e si infiamma, sostanze chiamate PAH (idrocarburi aromatici policiclici). I fumi che contengono questi PAH penetrano nella carne. I PAH si ritrovano anche nel fumo di sigaretta e nelle carni affumicate. Tutti questi prodotti sono risultati associati anche con il cancro, l’obesità, l’infiammazione e la resistenza all’insulina”. “Se si consuma occasionalmente una bistecca cotta alla griglia – conclude Miccoli – il rischio di diabete è basso, ma se questo metodo di cottura è usato di frequente allora è consigliabile non solo ridurre il consumo di carne rossa ma usare anche metodi di cottura a basse temperature”. (fonte: ANSA).

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Le fragole.

Macedonie, gelati, mousse, dolci, con panna o cioccolato. Tra primavera ed estate ci pensano le fragole a colorare di rosso le nostre tavole. Al gusto, da apprezzare consumandole in decine di modi, si uniscono tanti benefici per la salute. Le fragole sono povere di calorie, con sole 27 Kcal per 100 grammi di prodotto, ma ricche di tanti preziosi nutrienti.

I più abbondanti sono il potassio, il calcio e il fosforo tra i sali minerali e la vitamina C tra le vitamine a cui aggiungere l’acido folico, oltre alle fibre e ai tanti composti antiossidanti: antocianine, acido ellagico, quercetina e kempferolo. A questi nutrienti sono associati diversi possibili effetti benefici per l’organismo:

– Cuore e vasi. Proprio gli antiossidanti sono alleati della salute cardiovascolare. Il consumo regolare di antocianine sembra proteggere dagli attacchi cardiaci mentre la quercetina svolge un’azione antinfiammatoria che può ridurre il rischio di aterosclerosi e proteggere dai danni associati al colesterolo “cattivo”. L’introito di fragole aiuterebbe inoltre a ridurre i livelli di omocisteina, un metabolita della coagulazione sanguigna e tra i fattori di rischio cardiovascolare. Sempre grazie a queste sostanze le fragole possono ridurre i valori della pressione e contrastare l’aggregazione delle piastrine. Infine le fibre e il potassio contenuti nelle fragole aiuterebbero a contrastare le ischemie cardiache;

– Meno radicali liberi. Ancora una volta il merito va agli antiossidanti: queste sostanze contrastano i radicali liberi e potrebbero svolgere un’azione anti-cancro;

– Stipsi. Le fragole hanno un contenuto in acqua superiore al 90%. Se a questa aggiungiamo le fibre, ecco che – come tutti i frutti dal profilo nutrizionale simile – questo prodotto aiuta a mantenere una buona regolarità intestinale e a prevenire la stitichezza;

– Allergia e asma. La quercitina ha anche un effetto antinfiammatorio utile per attenuare i sintomi delle allergie, mentre la vitamina C potrebbe aiutare a contrastare l’asma;

– Per i pazienti diabetici. Le fibre e il basso indice glicemico contribuiscono a mantenere sotto controllo il livello degli zuccheri nel sangue, evitando improvvisi picchi glicemici;

– Acido folico. Essenziale in gravidanza (meglio, anche immediatamente prima di una gravidanza) l’acido folico in dosi appropriate garantisce un corretto sviluppo del feto e aiuta a prevenire i difetti del tubo neurale. Inoltre l’acido folico contenuto nelle fragole può contribuire a contrastare la depressione riducendo i livelli di omocisteina; se questi sono troppo elevati contrasta con la produzione degli ormoni del buonumore, ovvero serotonina, dopamina e norepinefrina. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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La dieta mediterranea protegge anche il colon-retto.

Diversi studi hanno dimostrato che seguire la dieta mediterranea protegge dallo sviluppo del cancro al colon-retto.  Ma quali sono i principali responsabili di questo effetto benefico? Tanta frutta, presenza elevata di pesce e assenza (o quasi) di bibite analcoliche. Lo hanno scoperto gli scienziati israeliani del Tel-Aviv Medical Center e dell’Università di Haifa diretti da Naomi Fliss Isakov, che spiega: “Abbiamo osservato che ognuna di queste tre scelte è stata associata a una probabilità inferiore di oltre il 30% che una persona sviluppi una lesione avanzata e pre-cancerosa del colon-retto, rispetto agli individui che non consumano nessuno dei componenti della dieta mediterranea. Tra i soggetti che seguono tutte e tre queste opzioni salutari i benefici sono ancora maggiori, tanto che il rischio si riduce di quasi l’86%”.

È noto, spiegano gli autori, che i tumori del colon-retto siano associati a un’alimentazione caratterizzata da poche fibre e da un’elevata presenza di carne rossa, alcol e alimenti ipercalorici. Finora, tuttavia, non risultava chiaro quali fossero gli elementi della dieta mediterranea capaci di ridurne il rischio. Per scoprirlo, gli studiosi hanno coinvolto 808 persone di età compresa tra 40 e 70 anni, che non presentavano un rischio elevato di sviluppare il cancro al colon-retto. I partecipanti sono stati sottoposti a colonscopia e sono stati invitati a compilare un questionario relativo alle loro abitudini alimentari, che risultava suddiviso in diverse categorie. Nello specifico, le domande erano dirette a misurare il consumo quotidiano di carne rossa, alcol e bevande analcoliche, e quello dei cibi che caratterizzano la dieta mediterranea: frutta, verdura e legumi, frutta secca e semi, cereali integrali, pesce e pollame.

Al termine dell’indagine, che è stata presentata durante il convegno: “Esmo 19th World Congress on Gastrointestinal Cancer”che si è svolto dal 28 giugno al 1° luglio a Barcellona (Spagna), i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che presentavano polipi di dimensioni maggiori nel colon-retto consumavano meno cibi tipici della dieta mediterranea: nello specifico mangiavano circa 1,9 alimenti rispetto a una media di 4,5. In particolare, è emerso che il consumo regolare di almeno due o tre elementi caratteristici di questo regime alimentare, rispetto a nessuno, era associato a una probabilità dimezzata di avere polipi in fase avanzata. In generale, gli scienziati hanno osservato che quanto più venivano rispettati i dettami della dieta mediterranea, tanto meno era presente il rischio di avere queste formazioni all’interno del colon-retto.

Gli studiosi hanno poi adattato tutti i dati a disposizione in modo da poter tenere conto anche di altri fattori di rischio. Alla fine, sono giunti alla conclusione che il modo migliore per ridurre il pericolo di sviluppare il cancro al colon-retto era combinare unelevato consumo di frutta e di pesce a un’assunzione estremamente ridotta di bevande analcoliche. Il passo successivo, concludono gli esperti, consisterà nello scoprire se la dieta mediterranea può ridurre le probabilità d’incorrere nel carcinoma colorettale anche nei soggetti ad alto rischio. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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