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Archive for maggio 2017

Il peperoncino e i suoi benefici.

Il peperoncino potrebbe essere in grado di “spegnere” le infiammazioni intestinali. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Pnas dai ricercatori della University of Connecticut School of Medicine di Farmington (Usa), secondo cui la scoperta potrebbe favorire lo sviluppo di nuovi trattamenti per diabete, colite e disturbi dell’apparato intestinale.

Gli scienziati hanno nutrito con il peperoncino due gruppi di topi: uno era composto da esemplari sani, mentre l’altro da roditori affetti da diabete di tipo 1. Al termine dell’esperimento, hanno osservato che tutti gli animali presentavano meno infiammazioni intestinali rispetto all’inizio e che le condizioni di quelli diabetici erano migliorate. Per comprendere l’origine di questi risultati, gli esperti hanno esaminato ciò che accadeva a livello molecolare: hanno così scoperto che la capsaicina contenuta nel peperoncino è in grado di legarsi a un recettore chiamato Trpv1, che si trova nelle cellule specializzate di tutto l’apparato gastrointestinale. Nel momento in cui questo avviene, il recettore stimola le cellule a produrre anandamide, un composto chimico simile ai cannabinoidi presenti nella marijuana. Secondo gli studiosi, questa molecola sarebbe capace d’indurre il sistema immunitario a calmarsi e a spegnere l’infiammazione.

Nello specifico, i ricercatori hanno osservato che l’anandamide richiama nell’intestino i macrofagi – un tipo di cellule immunitarie incaricate di contrastare l’infiammazione -, che a loro volta diventano più attivi quando i livelli di anandamide aumentano. Di conseguenza, l’effetto antinfiammatorio si estende su esofago, stomaco e pancreas, spegnendo le infiammazioni presenti in tutto l’apparato intestinale.  La scoperta potrebbe avere importanti implicazioni per il trattamento del diabete e di diversi disturbi intestinali, affermano gli scienziati, che attualmente stanno verificando sui topi se l’anandamide è capace di produrre lo stesso effetto benefico anche in presenza di colite. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Alimentazione: prepariamo la pelle all’esposizione solare.

Cioccolato, olio extravergine di oliva, resveratrolo che è contenuto nel vino rosso e beta carotene che si trova invece nelle carote, acidi grassi come quelli derivanti dal salmone, mirtilli. E poi le spezie che contengono acido rosmarinico come ad esempio il rosmarino stesso, il timo, la maggiorana, l’origano e l’acido ellagico, che ad esempio si trova nelle bacche di goji. Ecco come, anche con un’alimentazione a base di cibi che contengono antiossidanti, polifenoli, vitamina E e B, si può preparare la pelle all’esposizione al sole mesi prima che arrivi l’estate. Ne ha parlato al congresso di dermatologia Sidemast a Sorrento Serena Lembo, ricercatrice e docente della cattedra di Dermatologia dell’Università di Salerno. Per prepararsi all’esposizione al sole, in situazioni normali e ancor più se vi è una predisposizione a sviluppare problemi, se si è di fototipo chiaro o si segue una terapia con immunosoppressori – ha spiegato – si può iniziare a proteggersi con le creme o assumendo composti naturali o sintetici con funzione antiossidante, capaci cioè di fornire alle cellule i substrati necessari per neutralizzare ed eliminare i radicali liberi dell’ossigeno che inevitabilmente si producono durante l’esposizione al sole. “Come prodotti naturali c’è il polypodium leucotomos che è un estratto dalla felce”, ha consigliato Lembo, indicando anche il cioccolato che ha funzioni antiossidanti, il resveratrolo del vino rosso, i polifenoli e il già noto beta-carotene. Da non dimenticare inoltre i tocoferoli derivanti dall’olio d’oliva, gli acidi grassi del salmone o degli oli di pesce, l’acido ellagico dei frutti di bosco, l’acido rosmarinico, gli isoflavoni della soia e non ultima, la nicotinamide di sintesi, riserva energetica per le cellule. (fonte: ANSA)

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Combattiamo lo scompenso cardiaco con uno sano stile di vita, una buona alimentazione e l’attività fisica.

E’ la seconda causa di ricovero dopo il parto, ma lo scompenso cardiaco resta ancora una patologia poco conosciuta e sotto diagnosticata. Invece è talmente diffusa da riguardare un milione di italiani. In questo mese parte la Campagna informativa promossa dalla Heart Failure Association (HFA) della Società Europea di Cardiologia, sostenuta dalla Federazione Italiana di Cardiologia, a cui partecipano 40 centri di cardiologia italiani Obiettivo dell’iniziativa di quest’anno è la sensibilizzazione su prevenzione e cura attraverso un focus sull’attività fisica. In programma eventi dedicati per la promozione di sani stili di vita, buona alimentazione, abolizione del fumo, uso responsabile delle bevande alcoliche ma soprattutto movimento e attività fisica. “Con una prevenzione efficace saremmo in grado di affrontare in tempo l’80% delle patologie cardiovascolari e perfino il 40% dei tumori”, spiega Massimo Piepoli, Responsabile dell’Unità Operativa Scompenso e Cardiomiopatie dell’Ospedale di Piacenza.
E aggiunge: “Anche per i pazienti già colpiti dalla malattia, l’attività fisica viene altamente raccomandata, al pari delle terapie mediche e chirurgiche più efficaci, come mezzo di cura e di riabilitazione”.
“Lo scompenso cardiaco è una patologia a elevata mortalità con costi sanitari e sociali altissimi – sottolinea Luca Baldino, Direttore Generale della Ausl di Piacenza – I ricoveri sono circa 165.000 ogni anno, 500 al giorno. L’ospedalizzazione di questi pazienti, assorbe circa il 70% dei costi globalmente sostenuti per la malattia”. (fonte: ANSA).

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Mela: brutta, ma buona?

Brutte ma buone, sono le mele di varietà antiche, che malgrado l’aspetto superano quelle commerciali per proprietà nutritive. E’ quanto emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna che ha paragonato le proprietà nutraceutiche di sei varietà di mele antiche (Mantovana, Mora, Nesta, Cipolla, Ruggina, Sassola) con una varietà commerciale (Golden Delicious), sia sotto forma di prodotto fresco che essiccato. I risultati della ricerca hanno evidenziato che, anche dopo l’essiccazione, le mele di varietà antiche sono più ricche di antiossidanti rispetto alla Golden Delicious.
“Come Ateneo – spiega Valentina Domenici, docente del dipartimento di chimica – ci siamo occupati della caratterizzazione molecolare mediante la risonanza magnetica nucleare, una tecnica spettroscopica di cui abbiamo lunga esperienza, e grazie alla quale abbiamo identificato e quantificato alcune sostanze antiossidanti: i polifenoli”.
Secondo lo studio pisano le varietà antiche di mele rispetto a quelle commerciali possiedono una quantità di polifenoli superiori, al punto che i ricercatori suggeriscono comunque di valorizzarle mettendole in vendita “essiccate, magari come snack o in preparazioni come il muesli”. “Considerato che il procedimento di essiccazione che abbiamo utilizzato è adattabile a uso domestico e per piccole produzioni – spiega Luca Sebastiani, direttore dell’istituto di scienze della vita del Sant’Anna – questa idea potrebbe aiutare a salvaguardare i prodotti tipici locali: le sei varietà di melo che abbiamo studiato sono diffuse in Toscana, specie in Casentino”. (fonte: ANSA)

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Un po’ di cannella per contrastare il grasso?

E se un pizzico di cannella ogni giorno fosse efficace nel contrastare gli effetti deleteri di una dieta troppo ricca di grassi? E’ quanto suggerisce una ricerca preliminare su animali che è stata presentata a Minneapolis nel corso delle Scientific Sessions della American Heart Association’s Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology | Peripheral Vascular Disease 2017.
Lo studio, di Vijaya Juturu, della OmniActive Health Technologies Inc a Morristown nel New Jersey, dimostra che assumere un po’ di cannella ogni giorno riduce la formazione di grasso corporeo, specie sulla pancia, attiva dei processi antinfiammatori e antiossidanti protettivi per l’organismo.
Inoltre il consumo regolare di cannella riduce la glicemia, i grassi nel sangue, l’insulina, e tutte le molecole note per essere coinvolte nel processo di immagazzinamento dei grassi.
La ricerca è stata condotta su due gruppi di topolini, tutti sottoposti ad un’alimentazione eccessivamente grassa. Solo il primo gruppo di animali ha preso per 12 settimane tutti i giorni un integratore a base di cannella. Rispetto agli altri topini, quindi, quelli che prendono la cannella risultano più in salute dopo la 12/ima settimana, più protetti dall’insalubre alimentazione cui sono stati sottoposti. (fonte: ANSA)

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L’avocado e i suoi benefici.

Di sicuro non è uno dei frutti meno calorici: l’avocado, giunto da lontano ma ormai comune anche sulle tavole nostrane, apporta 231 Calorie con soli 100 grammi di polpa, molti di più rispetto, ad esempio, alle 65 Calorie apportati da una stessa quantità di polpa di banana.

Basta osservare più da vicino la sua composizione nutrizionale per capire il perché di questa grande differenza. L’avocado, infatti, è molto più ricco di grassi rispetto ad altra frutta (corrispondono ben all’89% del suo peso, mentre le banane sono formate per l’89% da carboidrati) e 1 g di grassi contiene più del doppio delle calorie apportate da 1 g di proteine o di carboidrati.

D’altra parte, i grassi dell’avocado sono per lo più del tipo “buono” , è ricco di antiossidanti e di potassio ed è considerato un alleato della salute cardiovascolare  Su un totale di 23 g in 100 g di polpa, 18,33 g sono di tipo monoinsaturo, soprattutto acido oleico (lo stesso presente nell’olio extravergine d’oliva, considerato l’olio salutare per eccellenza), e 1,45 g di tipo polinsaturo. E’ questo uno dei motivi per cui vale la pena di inserire questo frutto nella nostra alimentazione: permette di fare il pieno di grassi alleati della salute. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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La dieta senza glutine non può e non deve esser una moda!

La dieta senza glutine non dà nessun beneficio in termini di salute del cuore se a seguirla è una persona che non soffre di celiachia, anzi in questo caso potrebbe essere dannosa!

Lo afferma uno studio su 110mila soggetti della Columbia University, pubblicato dal British Medical Journal.

I ricercatori hanno analizzato i dati di 65mila donne e 45mila uomini, seguiti tra il 1986 e il 2010 e divisi in cinque livelli a seconda del consumo di glutine stimato. Dai gruppi sono stati esclusi i soggetti che hanno ricevuto una diagnosi di celiachia. Dallo studio non è emersa nessuna associazione tra il glutine e le patologie cardiache, con quelli nel gruppo a minore consumo che hanno mostrato gli stessi tassi di malattia degli altri. “Il glutine chiaramente è pericoloso per chi ha la celiachia – afferma Benjamin Lebwhol, uno degli autori -. Ma libri molto popolari, basati su aneddoti ed evidenze occasionali, hanno indotto a credere che una dieta con poco glutine sia salutare per tutti”. (fonte: ANSA)

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L’acqua è la miglior bevanda anche dopo l’attività fisica.

Secondo gli esperti statunitensi della Penn state university, l’acqua batte gli sport drink quando i ragazzi devono reidratarsi dopo l’attività fisica. «Siamo abituati ad associare la pratica sportiva al consumo di queste bevande arricchite in sali minerali e zuccheri probabilmente perché vediamo che gli atleti professionisti le consumano» spiega Matthew Silvis, direttore del centro di cure primarie in medicina dello sport al Penn State Health Medical Center, sul sito dell’Università.
Stando alle osservazioni dell’esperto, la maggior parte dei ragazzi non arriva a livelli di attività fisica talmente intensi o prolungati da richiedere una quantità di sali minerali o zuccheri dalle bevande per recuperare quelli persi durante l’esercizio. «Solo dopo 45-60 minuti consecutivi di attività intensa potrebbe essere necessaria una certa dose di sali minerali e zuccheri, ma raramente questa condizione di verifica» afferma l’esperto, ricordando che l’acqua resta la soluzione migliore per reintegrare i liquidi e i sali minerali persi muovendosi.
«Non solo gli sport drink non sono necessari, ma possono essere addirittura dannosi aumentando il rischio di aumentare di peso e di sviluppare carie ai denti a causa del loro contenuto di zuccheri» prosegue l’autore del comunicato sottolineando il ruolo fondamentale di genitori e allenatori nel sostenere il consumo di acqua piuttosto che quello di sport drink.
«Quando i ragazzi giocano per esempio per un periodo suddiviso in tempi da 30-45 minuti, dovrebbero consumare tra un tempo e l’altro acqua, magari qualche spicchio di arancia o una barretta di granola (un mix di avena, miele e noci)» dice Silvis che poi conclude: «Non dimentichiamo che il contenuto di caffeina degli sport drink potrebbe inoltre causare problemi al cuore dei più giovani». (fonte: www.dica33.it)

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Attenzione ai cibi “light”.

I cibi cosiddetti “light” o low fat, spesso pubblicizzati per il loro basso contenuto calorico e talvolta accentuando un loro presunto ruolo nel controllo del peso, in realtà potrebbero addirittura far ingrassare oltre che favorire altri problemi quali infiammazione cerebrale e problemi metabolici.
Lo suggerisce uno studio su animali pubblicato sulla rivista Physiology & Behavior da Krzysztof Czaja dell’Università della Georgia.
I cibi low fat, che spesso finiscono nel frigo di chi vuole dimagrire, contengono in zuccheri tutto quello che non hanno in grassi, spiega Czaja, quindi pur essendo effettivamente meno calorici di un analogo cibo con normale contenuto di grassi, in realtà non sortiscono gli effetti sperati da chi li consuma.

Czaja se ne è accorta sottoponendo topolini a una dieta con cibi “diet”, poveri di grasso e quindi ricchi di zuccheri, e confrontandoli con topolini con una dieta bilanciata per contenuto di grassi e zuccheri. Nonostante questi ultimi mangiassero più grassi dei primi, i topolini alimentati con cibi “dietetici”, low fat, accumulano, per metà delle calorie consumate, la stessa quantità di grasso corporeo dei topi che mangiano in modo equilibrato.
Le “trappole” sono diverse: intanto pochi grassi significa più zuccheri che fanno male al metabolismo e aumentano il rischio diabete, spiega Czaja; inoltre mangiare low fat porta a mangiare di più proprio perché i cibi sono meno calorici e quindi ci si sazia meno; infine l’eccesso di zuccheri si trasforma in grasso corporeo anche se si consumano meno calorie rispetto a una dieta bilanciata. La dieta low fat è risultata anche legata a infiammazione a livello cerebrale. (fonte: ANSA)

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