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Archive for maggio 2017

Il caffè ti fa star sveglio?

C’è chi resta sveglio per ore dopo aver bevuto una tazza di caffè nel tardo pomeriggio e chi al contrario può bere un caffè doppio e subito dopo dormire sonni profondi. Colpa o merito del Dna secondo uno studio da poco pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics, prima autrice Marilyn Cornelis, del dipartimento di medicina preventiva alla Northwestern University feinberg school of medicine di Chicago.
«La caffeina è la sostanza psico-attiva più ampiamente consumata al mondo e viene metabolizzata diversamente nei vari individui» esordisce l’esperta, precisando che tali differenze possono modificare i potenziali effetti positivi o negativi della caffeina sulla salute.
In un precedente lavoro, Cornelis e colleghi avevano notato la presenza di associazioni tra particolari varianti nel patrimonio genetico individuale e consumo di caffè e con la ricerca più recente hanno deciso di verificare l’esistenza di un’associazione tra queste varianti e il metabolismo della caffeina.
«Nella nostra analisi abbiamo puntato l’attenzione sui livelli plasmatici di caffeina e di alcune sostanze ad essa legate come paraxantina, teobromina e teofillina» dicono gli autori, che hanno coinvolto nello studio circa 10mila persone di origine europea da 6 studi di popolazione.
E a conti fatti i dati hanno dimostrato che esiste un’associazione tra Dna e capacità d metabolizzare la caffeina. Per esempio alcune varianti legate a bassi livelli di sostanze chimiche derivate dalla caffeina – indicativi di un metabolismo della caffeina più rapido – sono le stesse precedentemente associate ad alti consumi di caffè.
E dallo studio è emersa anche una nuova informazione e potenzialmente interessante dal punto di vista medico: uno dei geni legati al metabolismo della caffeina ha un ruolo anche nel metabolismo di lipidi e glucosio. «Nel complesso lo studio ci ha permesso di identificare fattori genetici che contribuiscono alle differenze nel metabolismo della caffeina» afferma l’autrice che poi conclude: «E non bisogna sottovalutare il fatto che le proteine derivate dei geni identificati hanno funzioni cliniche importanti che vanno ben oltre il metabolismo della caffeina». (fonte: www.dica33.it)

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Attenzione alle indicazioni nei libri di ricette sulla cottura dei cibi…

Le indicazioni nei libri di ricette sulla cottura dei cibi sono spesso sbagliate dal punto di vista della sicurezza, e non mettono al sicuro dal rischio di infezioni alimentari. Lo afferma uno studio della North Carolina State University pubblicato dal British Food Journal, secondo cui andrebbero invece inserite informazioni su come uccidere eventuali patogeni.
I ricercatori hanno analizzato circa 1500 ricette da 29 libri fra i più venduti negli Usa, cercando di verificare se indicassero la temperatura interna a cui cuocere gli ingredienti crudi e se questa fosse effettivamente quella più sicura. Solo 123 ricette, l’8%, indicavano a quanti gradi dovessero essere cotti gli alimenti, e non in tutti i casi la temperatura era quella giusta per eliminare eventuali microrganismi. Inoltre il 99,7% delle ricette analizzate dava indicatori ‘soggettivi’ per stabilire la cottura, non sufficienti a garantire la sicurezza. “L’indicatore principale era il tempo di cottura – spiega Katrina Levine, uno degli autori – che è particolarmente inaffidabile, perchè molti fattori influiscono, dalle dimensioni del piatto al tipo di forno. Altri indicatori comuni usati nei ricettari si riferiscono al colore o alla consistenza, ad esempio della carne, o hanno indicazioni vaghe come ‘cuocere finchè non è pronto. E’ importante invece usare le temperature interne giuste, perchè sono state stabilite con ricerche rigorose con l’obiettivo di abbattere i patogeni più probabili che si possono trovare in ogni alimento”. (fonte: ANSA)

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I cibi proteggi pelle dai raggi UV.

Il consumo regolare di pomodori, spinaci e cavoli potrebbe proteggere la pelle dai danni dei raggi ultravioletti. Potrebbe, in particolare, rallentare la comparsa delle rughe e prevenire il melanoma. Lo affermano, in uno studio pubblicato sulla rivista British journal of dermatology, i ricercatori del Leibniz research institute for environmental medicine di Dusseldorf (Germania). Secondo gli esperti, il merito sarebbe di due sostanze antiossidanti: il licopene, di cui sono ricchi i pomodori, e la luteina, presente in grandi quantità in spinaci e cavoli.
La ricerca è stata condotta su 65 persone, che sono state suddivise in tre gruppi: al primo è stato chiesto di assumere un integratore chiamato Tnc, che contiene gli stessi nutrienti presenti nel pomodoro; al secondo è stata fornita la luteina, mentre al terzo un placebo. Nel corso dell’esperimento, durato in tutto 12 settimane, gli scienziati esposto più volte la pelle dei partecipanti a due tipi di raggi ultravioletti, gli UVA1 e gli UVA/B, in un processo chiamato “irradiazione”. Poi, a distanza di 24 ore da ogni trattamento, hanno prelevato dei campioni di cute da tutti i soggetti per effettuare delle biopsie.
Al termine della sperimentazione, hanno confrontato tutti i risultati ottenuti. Hanno così scoperto che i volontari che avevano ricevuto il placebo presentavano una maggiore espressione di alcuni geni associati all’infiammazione e alla rugosità della pelle, due effetti nocivi comunemente legati ai danni solari. I partecipanti che aveva assunto il licopene o la luteina, invece, presentavano livelli piuttosto ridotti di questi geni. Le due sostanze, secondo gli scienziati, avrebbero quindi la capacità di proteggere la pelle dai danni provocati dai raggi UV e di prevenire la comparsa delle rughe e del melanoma. Tuttavia, gli esperti sottolineano che non basta mangiare pomodori, cavoli e spinaci: prima di esporsi al sole bisogna sempre mettere la protezione solare.
“Diversi studi evidenziano che l’assunzione di alcuni alimenti può proteggere la pelle umana dagli effetti dannosi dei raggi ultravioletti – spiega Jean Krutmann, che ha coordinato lo studio -. Noi abbiamo dimostrato per la prima volta che i nutrienti presenti nel pomodoro, così come la luteina, non solo proteggono la cute umana sana dai raggi UVA/B, ma anche dagli UVA1. Assumere integratori di licopene e luteina potrebbe quindi fermare i danni del sole, aiutando a prevenire le rughe e il cancro epidermico”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Crescere con un animale domestico può prevenire allergie e obesità.

Buone notizie per gli amanti degli animali, specialmente cani e gatti: la loro presenza in casa aiuta la salute dei piccoli, proteggendoli da allergie e obesità. È quanto emerge da una ricerca coordinata da Anita Kozyrskyj, della University of Alberta, in Canada, recentemente pubblicata sulla rivista Microbiome. «Studi precedenti avevano già dimostrato un effetto positivo degli animali domestici sul rischio dei bambini di sviluppare allergie e forme asmatiche e grazie a questo studio abbiamo aggiunto un tassello alla conoscenza dell’argomento» spiega l’epidemiologa, una tra i maggiori esperti di microbiota, l’insieme dei microrganismi che popolano l’intestino e l’intero organismo umano.
Proprio all’influenza degli animali domestici sul microbiota sarebbe da attribuire, secondo i dati, l’effetto protettivo sulla salute dei bambini. «I bambini che hanno vissuto in presenza di animali già durante la gravidanza della mamma e/o nei primi tre mesi di vita hanno un microbiota più ricco di due tipi di batteri – Ruminococcus e Oscillospira – legati alla riduzione di allergie e obesità» spiegano gli autori che hanno coinvolto nell’analisi 746 bambini coinvolti nello studio Canadian healthy infant longitudinal development.
Analizzando con tecniche di biologia molecolare campioni di feci dei piccoli partecipanti, Kozyrskyj e colleghi hanno scoperto queste differenze nel microbiota dei piccoli cresciuti o meno con animali domestici. «Servono ulteriori studi per confermare questi risultati e andare fino in fondo a queste prime informazioni, ma oggi possiamo dire di aver fatto un passo avanti nella comprensione dei meccanismi che legano la presenza di animali domestici al microbiota e alla salute futura dei più piccoli» conclude l’esperta, ricordando che l’effetto protettivo si vede anche nei casi di parto cesareo o mancanza di allattamento al seno, condizioni che tipicamente hanno un effetto negativo sul microbiota dei bambini. (fonte: www.dica33.it)

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Dieta sì, ma con la testa.

Mettendosi a dieta può capitare di non perdere peso. Questo è dovuto al fatto che l’organismo, di fronte a una riduzione delle risorse a disposizione, compensa bruciando meno. A fare da innesco a questo meccanismo alcune cellule cerebrali. A evidenziarlo uno studio dell’Universita’ di Cambridge, nel Regno Unito, condotto sui topi e pubblicato sulla rivista eLife. Gli studiosi hanno testato il ruolo di un gruppo di neuroni in una regione del cervello nota come ipotalamo, che fa un po’ da ‘centralina’. Questi neuroni, detti Agrp, sono noti come i ‘neuroni della fame’.

Il team di ricerca ha usato un trucco genetico per manipolarli, attivandoli e ‘spegnendoli’. I topi sono stati studiati all’interno di alcune camere speciali in grado di misurare il dispendio energetico e impiantando sonde per misurare da remoto la loro temperatura, in diversi contesti di disponibilità di cibo. Dai risultati è emerso che i neuroni AGRP, quando attivati, ci rendono affamati e ci portano a mangiare, ma se non c’è cibo disponibile, agiscono per risparmiare energia, limitando il numero di calorie che bruciamo e quindi la perdita di peso. Inoltre, lo studio descrive anche un meccanismo grazie al quale questi neuroni sanno quanta energia abbiamo incamerato e controllano quante calorie consumiamo. Gli studiosi sperano che i risultati possano portare a sviluppare nuove terapie contro il sovrappeso e l’obesità e il loro consiglio per chi voglia dimagrire è rivolgersi ad un professionista che utilizzi una strategia che preveda una riduzione moderata dell’apporto calorico adeguata e fortemente personalizzata e anche l’attività fisica non eccessiva. (fonte: ANSA)

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Meno sale e più potassio contro l’ipertensione.

L’ipertensione a tavola non si controlla solo riducendo il consumo di sale, ma anche aumentando quello di potassio. Ne sono convinti i ricercatori guidati da Alicia McDonough, della Keck school of medicine alla University of Southern California, che hanno recentemente pubblicato sulla rivista American journal of physiology-endocrinology and metabolism una revisione della letteratura disponibile sull’argomento.
«L’ipertensione rappresenta un enorme problema di sanità pubblica che interessa oltre un miliardo di persone nel mondo, soprattutto nei paesi occidentali» esordisce l’esperta, ricordando che secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) la pressione troppo elevata è responsabile di almeno il 51 per cento dei decessi legati a ictus e del 45 per cento di quelli legati a malattia cardiaca.
Per limitare l’incidenza e i danni dell’ipertensione gli esperti raccomandano di ridurre il consumo di sale a tavola, presente soprattutto in cibi confezionati e in prodotti da forno, ma il nuovo studio dimostra che oltre a togliere il sale è opportuno aggiungere il potassio alla dieta quotidiana. «Diversi studi dimostrano che un maggiore consumo di potassio con la dieta – stimato in base al contenuto di potassio delle urine – risulta associato a livelli di pressione più bassi indipendentemente dalla quantità di sale consumata» dice McDonough precisando che negli studi dove era prevista la supplementazione di potassio è emerso un effetto diretto di questa sostanza sulla pressione.
In pratica, come emerge da studi condotti su modelli sperimentali, portare in tavola cibi ricchi di potassio come frutta, verdura, legumi, cereali integrali ha un effetto diuretico naturale che aiuta a controllare la pressione, indipendentemente dalla quantità di sale che ogni giorno finisce nel piatto. (fonte: www.dica33.it)

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Il sesamo contro lo stress ossidativo.

Il sesamo potrebbe essere un’arma efficace contro lo stress ossidativo (condizione patologica della rottura dell’equilibrio fra produzione e “smaltimento” dei radicali liberi). A suggerirlo sono anni di studi condotti sul tema, negli ultimi tempi revisionati in un’unica analisi pubblicata sulle pagine del Journal of Medicinal Food da un gruppo di ricercatori guidato da Luciana de Almeida Vittori Gouveia, ricercatrice dell’Universidade do Estado di Rio de Janeiro. Gli autori dell’analisi hanno infatti concluso che “anche se diversi studi hanno riportato che i meccanismi esatti della riduzione dello stress ossidativo rimangono da essere completamente spiegati, questa revisione ha dimostrato che il sesamo può avere un impatto positivo significativo sulla salute di diverse popolazioni”.

Vittori Gouveia e colleghi hanno analizzato i risultati degli studi pubblicati nella letteratura scientifica che hanno concentrato l’attenzione sugli effetti del consumo di prodotti a base di sesamo sui marcatori dello stress ossidativo in persone alle prese con la pressione alta, livelli eccessivi di colesterolo e il diabete di tipo 2. Ne è emerso che gli studi clinici dimostrano che il sesamo può aiutare ad aumentare i livelli di antiossidanti e a ridurre lo stress ossidativo e che i benefici sarebbero particolarmente evidenti nel caso in cui si soffra contemporaneamente di ipertensione e diabete di tipo 2.

Come ha sottolineato il direttore responsabile del Journal of Medicinal Food – l’esperto in Scienze Cardiovascolari dell’Università della Florida Centrale Sampath Parthasarathy – studi preclinici suggeriscono anche che l’olio di sesamo sia molto efficace nella prevenzione dell’aterosclerosi. Il principio da tenere a mente resta però sempre lo stesso: nessun alimento è miracoloso, e per proteggere la salute è prima di tutto importante condurre uno stile di vita salutare basato su un’alimentazione sana ed equilibrata. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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No alle diete che prevedono l’assunzione di dosi elevate di proteine, ecco il perché.

Mangiare carne rossa è pericoloso per la salute dei reni? E’ proprio questa una delle accuse più spesso mosse alle diete che prevedono l’assunzione di dosi elevate di proteine, nutrienti abbondanti in questo tipo di alimento. Oggi un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American Society of Nephrology suggerisce che consumarne in quantità – in particolare quando si tratta di carne di maiale – potrebbe davvero mettere in pericolo la salute di questi organi, aumentando il rischio di insufficienza renale in stadio terminale. Altre fonti di proteine non sarebbero invece pericolose per i reni, anzi, potrebbero addirittura ridurre il rischio di insufficienza renale in stadio terminale. Per questo per chi soffre di malattie renali croniche sostituire almeno in parte la carne rossa con altri cibi proteici potrebbe essere una buona scelta.

Lo studio in questione ha previsto l’analisi delle abitudini alimentari di oltre 63 mila individui di età compresa tra i 45 e i 75 anni coinvolti nel Singapore Chinese Health Study tra il 1993 e il 1998. Dopo un monitoraggio dello stato di salute dei partecipanti durato in media 15 anni e mezzo i ricercatori sono giunti alla conclusione che i maggiori consumatori di carne rossa – che nel 97% dei casi era carne di maiale – avevano corso un rischio di insufficienza renale in stadio terminale superiore del 40% rispetto a coloro che ne avevano consumate le quantità più basse. Altre fonti di proteine (in particolare la carne di pollo, il pesce, le uova e i latticini) non sono state invece associate in alcun modo al rischio di insufficienza renale in stadio terminale, mentre i legumi sono sembrati esercitare una funzione protettiva. In generale, sostituire una porzione di carne rossa con altre fonti di proteine può ridurre il rischio di insufficienza renale in stadio terminale finanche del 62%.

L’insufficienza renale in stadio terminale è una complicanza delle malattie renali croniche che può portare alla dialisi o al trapianto di reni. “Ci siamo imbarcati in questo studio per capire quali consigli dovrebbero essere dati ai pazienti con malattia renale cronica o alla popolazione generale preoccupata per la salute dei suoi reni sui tipi o sulle fonti di proteine – ha spiegato Woon-Puay Koh, epidemiologa della National University of Singapore e responsabile dello studio – I nostri risultati suggeriscono che queste persone possono ancora assumere proteine ma dovrebbero prendere in considerazione l’opportunità di passare a fonti di origine vegetale; tuttavia, se dovessero decidere di mangiare ancora carne, il pesce e i frutti di mare e il pollame sono alternative migliori rispetto alla carne rossa”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Lo yogurt e i suoi effetti benefici.

Il consumo regolare di yogurt potrebbe aumentare la densità ossea e ridurre il rischio di osteoporosi. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Osteoporosis International dai ricercatori irlandesi del Trinity College di Dublino, dell’Ulster University di Coleraine e del Mercers Institute for Research on Ageing di Dublino, diretti da Eamon Laird, che afferma: “Lo yogurt è un alimento ricco di sostanze nutritive che promuovono la salute delle ossa, per cui i nostri risultati in qualche modo non sono sorprendenti. Lo studio suggerisce che aumentare il consumo di yogurt potrebbe rappresentare una strategia per mantenere le ossa in salute, ma dato che si tratta di una ricerca osservazionale, per confermarne la validità sono necessarie ulteriori indagini”.

La ricerca ha esaminato la salute ossea e le abitudini alimentari di 4.310 persone che avevano preso parte all’indagine “Trinity Ulster Department of Agriculture ageing cohort study”. Ai partecipanti è stato chiesto d’indicare con quanta frequenza consumassero lo yogurt: “mai”, “2-3 volte a settimana” o “più di una volta al giorno”. Dopo aver escluso altri fattori di rischio, gli autori hanno rilevato un’associazione tra l’elevata assunzione del latticino e una protezione delle ossa.

Nello specifico, è emerso che le donne che consumavano quotidianamente lo yogurt correvano un rischio inferiore del 31% di sviluppare l’osteopenia (riduzione della massa ossea) e più basso del 39% di essere colpite da osteoporosi, rispetto a quelle che non lo mangiavano mai o solo raramente. Negli uomini, l’assunzione regolare del latticino era associata a una riduzione del 52% delle probabilità di sviluppare l’osteoporosi, rispetto a un consumo raro.

Gli scienziati hanno anche osservato che la densità minerale delle ossa del collo e dell’anca risultava superiore del 3,1-3,9% nelle persone di entrambi i sessi che mangiavano l’alimento ogni giorno, rispetto a quella dei non consumatori. Inoltre, è emerso che l’assunzione del latticino era associata anche a un miglioramento del 6,7% di alcune funzioni fisiche. Infine, le probabilità d’incorrere in una frattura ossea risultavano inferiori del 9,5% negli uomini che consumavano quantità elevate di yogurt.

“I nostri risultati dimostrano l’esistenza di una significativa associazione tra la salute ossea e il consumo di un alimento relativamente semplice ed economico – dichiara Miriam Casey, che ha coordianto lo studio -. Ora è necessario verificare queste osservazioni tramite esperimenti randomizzati controllati, dato che ancora non comprendiamo gli esatti meccanismi responsabili dei benefici determinati dai macro e micro-nutrienti presenti nello yogurt”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Il colesterolo cattivo.

Troppo colesterolo può fare male alla salute. Diversi studi scientifici hanno infatti associato suoi eccessi all’aumento del rischio di aterosclerosi, quel fenomeno che restringendo il diametro interno delle arterie e aumentando la probabilità che si formino dei trombi espone al rischio di gravi eventi cardiovascolari, inclusi infarti e ictus.

In particolare, a promuovere l’aterosclerosi è il cosiddetto colesterolo cattivo (detto anche LDL, acronimo anglosassone con cui vengono indicate le particelle che lo trasportano nel sangue – le Low Density Lipoproteins). Il colesterolo buono (o HDL, dall’inglese High Density Lipoproteins) non dovrebbe invece scendere al di sotto di livelli considerati minimi, perché aiuta proprio ad eliminare gli eccessi di questa molecola.

Alla base dell’aumento del colesterolo totale e di quello cattivo in particolare possono esserci dei fattori genetici, ma non solo: anche l’alimentazione può giocare un ruolo determinante. Per questo fare attenzione ai grassi saturi o idrogenati (trans) portati nel piatto può aiutare a tenere sotto controllo i suoi livelli.

Può esser utile, al fine di ridurre il contenuto di grassi saturi e trans portati in tavola, adottare semplici, ma utilissimi accorgimenti come ad esemio preferire la bollitura come metodo di cottura, poichè non prevede l’uso di condimenti grassi, eliminare sempre la pelle del pollo prima di cucinarlo e il grasso visibile dalla carne in generale prima e dopo la cottura.

Infine bisogna limitare il consumo di cibi ricchi di colesterolo come uova, molluschi, carni grasse (come manzo, agnello, maiale), lardo, latticinini e oli tropicali (ad es. olio di cocco e olio di palma). (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

 

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