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Archive for aprile 2017

Meglio mangiare dopo la palestra.

Meglio non mangiare prima della palestra. Perlomeno se si vogliono avere dei risultati importanti. Il corpo, infatti, lavora meglio e brucia più grassi a stomaco vuoto. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Bath, nel Regno Unito, pubblicato sulla rivista American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism. Per arrivare a questo risultato sono stati presi in esame 10 uomini adulti sovrappeso. I volontari hanno camminato per 60 minuti a un 60 per cento del consumo massimo di ossigeno a stomaco vuoto e, in un’altra occasione, due ore dopo aver consumato una colazione ricca di carboidrati e ad alto contenuto calorico. Il team di ricerca ha prelevato campioni di sangue dopo il pasto o il digiuno e l’attività fisica, raccogliendo anche campioni di tessuto adiposo immediatamente prima e un’ora dopo le camminate.
Dai risultati è emerso, come evidenzia Dylan Thompson, tra gli autori dello studio, che “dopo aver mangiato, il tessuto adiposo è occupato a ‘rispondere’ al pasto e l’esercizio in questo momento, non stimolerà gli stessi cambiamenti in termini di benefici”. Questo significa- conclude- che l’esercizio in uno stato di digiuno potrebbe provocare cambiamenti più favorevoli nel tessuto adiposo, e ciò potrebbe essere benefico per la salute a lungo termine”. (fonte: ANSA)

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No, alla TV durante i pasti!

Consumare i pasti davanti alla tv potrebbe spingere a mangiare di più. Chi tiene la televisione spenta durante i pasti correrebbe, infatti, un rischio più basso del 37% di diventare obeso. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Journal of the academy of nutrition and dietetics dai ricercatori dell’Ohio State University di Columbus (Usa), secondo cui anche consumare i pasti fatti in casa aiuterebbe restare in forma. I cibi preparati fuori dalle mura domestiche, invece, potrebbero essere meno salutari e favorire l’accumulo di peso eccessivo.

L’indagine ha analizzato i dati raccolti dall’Ohio Medicaid Assessment Survey 2012, un sondaggio telefonico che ha coinvolto 12.842 cittadini americani. Durante l’intervista ai partecipanti – che avevano consumato almeno un pasto in famiglia nella settimana precedente – è stato chiesto di rispondere ad alcune domande riguardanti la loro forma fisica e le loro abitudini alimentari. In particolare, i volontari hanno dovuto indicare quanto spesso consumassero i pasti in compagnia della loro famiglia, con quale frequenza guardassero la televisione durante i pasti e se i cibi consumati di solito venissero preparati in casa o fossero acquistati all’esterno.

Gli studiosi hanno rilevato che oltre la metà dei partecipanti consumava i pasti in famiglia quasi tutti i giorni, il 35% durante alcuni giorni e il 13% solo pochi giorni a settimana. Inoltre, circa un terzo dei volontari guardava la tv durante il pranzo o la cena, mentre il 36% non aveva quest’abitudine. Infine, nel 62% dei casi i pasti consumati in famiglia erano preparati in casa.

Al termine della ricerca, gli autori hanno scoperto che guardare la tv durante i pasti e consumare cibi cucinati fuori casa aumentava il rischio di obesità. È, infatti, emerso che gli adulti che consumavano pasti fatti in casa avevano il 26% di probabilità in meno di diventare obesi rispetto ai soggetti che mangiavano cibi acquistati fuori di casa. Inoltre, i volontari che non guardavano la televisione durante i pasti correvano un rischio di obesità inferiore del 37%, rispetto ai partecipanti che erano abituati a mangiare davanti alla tv. La frequenza con cui venivano consumati i pasti in famiglia non influenzava, invece, le probabilità di accumulare o meno chili di troppo.

“L’obesità era frequente tra gli adulti che mangiavano in famiglia solo uno o due giorni a settimana, come tra coloro che consumavano i pasti in famiglia tutti i giorni – spiega Sarah Anderson, che ha coordinato lo studio -. Invece, indipendentemente dalla frequenza dei pasti consumati in famiglia, l’obesità era meno comune tra le persone che non mangiavano davanti alla tv e tra quelle che consumavano pasti fatti in casa”. fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Gli alimenti ricchi di potassio per combattere l’ipertensione.

Una dieta ricca di frutta e verdura potrebbe aiutare a combattere l’ipertensione. Gli alimenti ricchi di potassio, come patate dolci, avocado, spinaci, fagioli e banane, potrebbero infatti servire ad abbassare la pressione sanguigna. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism dai ricercatori della University of Southern California di Los Angeles (Usa), secondo cui aumentare l’apporto giornaliero di potassio potrebbe fare bene tanto quanto ridurre l’assunzione di sale.

Gli studiosi californiani hanno esaminato i risultati di diverse indagini,  che avevano indagato il rapporto esistente tra alimentazione e ipertensione. Hanno così osservato che, indipendentemente dall’assunzione di sodio, l’elevato consumo di alimenti ricchi di potassio era associato a una riduzione dei livelli della pressione sanguigna. In particolare,  hanno osservato che l’organismo utilizza il sodio per mantenere uno stretto controllo sui livelli di potassio nel sangue, che risultano fondamentali per il corretto funzionamento del cuore, dei nervi e della funzione muscolare. Pertanto, se la presenza di potassio nella dieta risulta bassa, il corpo tenderebbe a trattenere il sodio, in modo da conservare le risorse limitate di potassio. Questo processo, secondo gli scienziati, equivarebbe ad assumere una quantità maggiore di sodio attraverso la dieta.

Alla luce dei risultati dell’indagine, i ricercatori consigliano di assumere ogni giorno circa 4,7 grammi di potassio, non solo per abbassare la pressione sanguigna, ma anche per ridurre gli effetti del sodio assunto tramite gli alimenti, per diminuire il rischio di calcoli renali e per proteggersi dalla perdita del tessuto osseo. “La tipica dieta occidentale è caratterizzata da un’elevata presenza di sodio e da un basso contenuto di potassio – sottolinea Alicia A. McDonough, che ha diretto la ricerca -. Questo accresce notevolmente le probabilità di sviluppare l’ipertensione. Ridurre l’introito di sodio è un metodo consolidato per abbassare la pressione sanguigna, ma il nostro lavoro suggerisce che aumentare l’apporto dietetico di potassio può svolgere un ruolo altrettanto importante nella lotta contro l’ipertensione”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Il calcio alimentare è importante assumerlo in quantità adeguate e per lunghi periodi in età infantile.

La salute dello scheletro, e quindi la struttura e la densità del tessuto osseo, dipendono dal processo di mineralizzazione che ha luogo nell’infanzia, che è influenzato da fattori genetici, ormonali, nutrizionali, dal livello di attività fisica e dalla composizione corporea. Questo studio fa parte di una ricerca più ampia sull’obesità infantile, condotta da un gruppo internazionale di pediatri (alla quale ha partecipato il Dipartimento di Pediatria dell’Ospedale San Paolo di Milano) e focalizza l’attenzione sul ruolo dell’apporto regolare e costante di calcio, dalla nascita in poi, nel mantenimento della densità minerale ossea e della salute scheletrica anche negli anni successivi.

I 179 piccoli considerati in questo studio erano stati coinvolti nel progetto entro un mese dalla nascita, e sono stati poi seguiti per 8 anni con valutazioni periodiche dello stato di salute complessivo e delle abitudini alimentari e di vita. I bambini sono stati suddivisi in due gruppi, in base alla probabilità o meno di assumere livelli adeguati di calcio.  L’apporto del minerale con la dieta è stato misurato a 4, 5 e a 6 anni, mentre a 7 anni è stata valutata in tutti la densità minerale ossea (BMD, bone mineral density) sia dello scheletro in toto, sia a livello del rachide lombare.

I risultati sono chiari: la BMD (totale e rachidea) era significativamente migliore nei bambini nei quali l’assunzione di calcio era apparsa adeguata in due valutazioni (a 4 e 5, oppure a 5 e 6 anni) o, ancor meglio, in tutte e tre (a 4, 5 e 6 anni), rispetto sia ai bambini con un’alimentazione costantemente carente di calcio, sia a quelli per i quali l’apporto di calcio era risultato sufficiente in una sola delle tre occasioni di controllo.

Più in dettaglio: l’assunzione adeguata di calcio a 6 anni si associava con una migliore BMD a livello del rachide lombare, mentre uno scheletro complessivamente robusto si metteva in luce soltanto se il consumo di calcio alimentare si manteneva adeguato nel tempo. Gli Autori sottolineano che questo è il primo studio in cui non viene considerato il rapporto tra assunzione generica di calcio e BMD, ma la ben più significativa associazione tra adeguatezza dell’apporto di calcio nel tempo e raggiungimento di BMD ottimale. (fonte: nutrition-foundation.it)

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Zenzero, curcuma e frutta…

Zenzero, curcuma e frutta contro il dolore cronico e le patologie psicologiche, ma attenzione: ‘il fai da te’ produce danni, quindi sarà il medico a indicare che cosa mettere in tavola e non internet o i consigli degli amici.
Una corretta alimentazione non solo aiuta contro le infiammazioni, ma previene l’insorgere di patologie.
Dell’importanza del cibo nella lotta alle malattie si è parlato al Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA di Firenze, organizzato dal Prof. Massimo Allegri dell’Università di Parma. Il problema più ricorrente tra le malattie croniche il cui sintomo prevalente è il dolore, è l’osteoartrosi: colpisce più di 4 milioni di italiani e costa 3,5 miliardi di euro all’anno. Il 70% dei pazienti soffre di lombalgia, la cefalea affligge 2 milioni di persone, seguono i dolori neuropatici periferici, come il diabete. ”La dieta mediterranea – spiega Maurizio Marchesini, anestesista e terapista del dolore dell’Università di Parma, riduce gli alimenti con caratteristiche pro-infiammatorie. L’accumulo di calorie e grassi ha una correlazione con l’infiammazione e con lo sviluppo del dolore’. Manuela De Gregori, biologa nutrizionista del Policlinico San Matteo di Pavia aggiunge che questo regime alimentare ‘può essere utilizzato sia per le terapie cronico-oncologiche, che per quelle benigne, ma anche per i pazienti che devono sottoporsi ad un intervento chirurgico o per chi lo ha già subito’. E sottolinea che gli errori dovuti alla mancanza di educazione alimentare influiscono sulla gestione del dolore stesso. Il cibo, insomma, entra nella terapia sia quando il dolore va trattato come sintomo, sia se è la malattia stessa.
Al Congresso è emerso anche un legame tra alimentazione e malattie psicologiche: bisogna quindi stare attenti a ciò che si mangia pure in caso di malattie neurodegenerative. Gli specialisti consigliano una dieta più variegata possibile, senza escludere alcun alimento. Sconsigliati alimenti con farine raffinate, le carni conservate, soprattutto di derivazione suina, l’uso di troppo zucchero raffinato e quello del sale. (fonte: ANSA)

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I Kiwi possono aiutarci a prevenire la malattia parodontale.

Per prevenire la malattia parodontale potrebbe bastare assumere due kiwi al giorno. Lo rivela uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Pisa che ha ottenuto l’Hm Goldman Prize 2017 assegnato dalla Società italiana di Parodontologia e Implantologia. Primo autore del lavoro scientifico è Filippo Graziani, docente del dipartimento di Patologia chirurgica, medica, molecolare e dell’area critica e del centro di ricerca “Nutraceutica e alimentazione per la salute” del’ateneo pisano.

“In questa ricerca, sperimentata su due gruppi di pazienti – spiega Graziani – si è evidenziato il ruolo dell’assunzione giornaliera di due kiwi nella prevenzione della malattia parodontale. Questa abitudine ha infatti determinato una riduzione significativa del sanguinamento gengivale rispetto ai pazienti che non assumevano i kiwi continuando così le loro abitudini alimentari consuete.E’ un dato importante perché costituisce uno dei primi esempi di applicazioni nutraceutiche al campo dell’odontoiatria in generale e a quello della parodontologia in particolare”. I ricercatori precisano che l’effetto benefico del kiwi è stato riscontrato nella fase di pretrattamento parodontale (che consta nella pulizia delle radici sotto le gengive): “L’intervento degli odontoiatri – conclude Graziani – è comunque fondamentale per curare la parodontite. L’assunzione di kiwi aiuta a ridurre l’infiammazione e il distacco di gengive e denti, ma i trattamenti di decontaminazione sono comunque necessari per contrastare l’avanzamento della malattia”. (fonte: ANSA)

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Il girovita, talvolta, è più importante del peso!

Per le donne in menopausa il rischio di mortalità non si misura con la bilancia, ma piuttosto con un metro da sarta. Ne sono convinti i ricercatori coordinati da Zhao Chen, a capo del dipartimento di epidemiologia e biostatistica del College of public health presso la University of Arizona.
«Abbiamo condotto questo studio per cercare di comprendere meglio il legame tra misure antropometriche come il peso e la circonferenza vita e il rischio di mortalità» spiega la ricercatrice che assieme ai colleghi ha analizzato i dati di poco meno di 162mila donne in post-menopausa di età compresa tra 50 e 79 anni. I ricercatori hanno raccolto informazioni su peso, altezza, circonferenza vita, oltre che sulla salute e lo stile di vita delle partecipanti che sono state seguite per un periodo medio di 11,4 anni.
«Durante il periodo di studio sono stati registrati 18.320 decessi e abbiamo notato che il girovita rappresenta un fattore di rischio più importante dell’indice di massa corporea in termini di mortalità» continua Chen dalle pagine della rivista Journal of the american geriatrics society, ricordando che l’indice di massa corporea viene calcolato in base alle misure di peso e altezza.
«In base alle nostre analisi, le donne sottopeso hanno un rischio di mortalità piuttosto elevato, mentre un leggero sovrappeso non influenza in modo negativo la durata della vita» spiegano i ricercatori puntando invece i riflettori sul girovita e sottolineando che il rischio aumenta quanto si superano gli 80 cm e diventa “estremo” quando si superano gli 88 cm.
«Il peso corporeo può essere lo stesso in due persone ma indicare diverse composizioni corporee per esempio in termini di presenza di massa grassa e massa magra» precisa l’autrice che poi aggiunge: «Per questa ragione è una misura che deve sempre essere letta con estrema attenzione e tenendo in considerazione diverse variabili». «È rassicurante scoprire che le donne con il passare degli anni non devono per forza essere magrissime o mantenere lo stesso peso di quando erano ragazze: qualche chilo in più non fa poi così male, l’importante è che non sia sul girovita» commenta Jill Rabin, a capo della divisione di cure ambulatoriali dei Women’s health programs-pcap services al Northwell health di New Hyde Park, New York. (fonte: dica33.it/news)

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