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Archive for marzo 2017

Latte intero o scremato?

Il latte intero può essere la scelta nutrizionale migliore per i bambini, rispetto a quello parzialmente o del tutto scremato. Rende i piccoli più snelli e migliora il livello di vitamina D.
È quanto emerge da una ricerca del Saint Michael’s Hospital, in Canada, pubblicata sulla rivista American Journal of Clinical Nutrition. Gli studiosi hanno preso in esame 2.745 bimbi, dai due ai sei anni di età. Quelli che bevevano latte intero (il 49 per cento del totale) avevano un indice di massa corporea (Bmi) inferiore di 0,72 unità rispetto al gruppo che beveva latte parzialmente scremato. Non solo: una tazza di latte intero risultava fornire lo stesso apporto di vitamina D di tre di quello scremato, perché questa vitamina si dissolve più facilmente nel grasso che nell’acqua.
Lo studio non spiega perché i bimbi che bevono latte intero siano più snelli, ma gli studiosi avanzano l’ipotesi che, poiché è più nutriente, il latte intero fa sentire più pieni, portando a indugiare meno negli spuntini e negli snack fuori pasto.
“I bambini che bevono latte parzialmente o del tutto scremato non hanno meno grasso corporeo, e in più non beneficiano di più alti livelli di vitamina d rispetto a quelli che bevono latte intero – spiega Jonathon Maguire, autore principale dello studio -. Si tratta di due fattori negativi per il latte scremato”.(fonte: ANSA)

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Celiachia: no alle diagnosi fai da te.

Si allarga sempre più la rosa delle potenziali proteine alimentari ‘colpevoli’ di disturbi simili alla celiachia e all’intestino irritabile. Se finora l’indice è stato puntato contro il glutine, di recente sul banco degli imputati sono comparse anche altre proteine del grano. Ma ad allargarsi in modo preoccupante è il numero delle autodiagnosi di sensibilità al glutine, “ormai una moda fuori controllo in alcuni paesi, come gli Stati Uniti”. E’ l’allarme che arriva dalla Società italiana Gastroenterologia (Sige) che invita a “rivolgersi sempre allo specialista e a lasciare da parte il ‘fai-da-te’, che può rivelarsi pericoloso”.
La celiachia è un’intolleranza al glutine che attiva una risposta immunologica in persone geneticamente predisposte e interessa almeno un italiano su 100. Mentre in questo caso i criteri diagnostici sono chiari, più controversa è la diagnosi di ‘sensibilità al glutine non celiaca’. “Quando non ci sono gli elementi per far diagnosi di celiachia ma la persona riferisce che i suoi sintomi sono alleviati o scompaiono a dieta senza glutine, questa persona si auto-definisce ‘intollerante’ al glutine o affetto da ‘sensibilità al glutine di tipo non celiaco’”, spiega Carolina Ciacci, ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Salerno.
Tra disturbi ‘di moda’ e problemi reali, molti di quelli che si auto-diagnosticano una ‘sensibilità al glutine non celiaca’ però possono essere in realtà dei veri celiaci e come tali vanno inquadrati e seguiti da un medico. La raccomandazione quindi è “niente autodiagnosi”. “In un mondo sempre più dominato da mitologie dietetiche fomentate da una informazione ad alta flusso, di facile accesso ma non sempre attendibile – sottolinea Antonio Craxì, presidente della Sige – il ruolo di una società scientifica è quello di fornire al pubblico la visione più aggiornata, comprensibile e nel contempo bilanciata su quanto la ricerca scientifica ma anche le mode del momento pongono all’attenzione”.(fonte: ANSA)

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Il China Study: Bibbia o Bufala?

Ci sono libri che ti fanno dire “Ci voleva un libro così, mancava proprio! Era ora che qualcuno lo scrivesse!”. È quello che ho pensato di “È la medicina, bellezza. Perché è difficile parlare di salute”. Scritto (molto bene) da Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia, entrambe giornaliste scientifiche con laurea in medicina, nel libro raccontano di truffe mediche, di bufale legate alla salute, di malattie inventate dalle aziende farmaceutiche, di illusorie “terapie alternative”, dei problemi etici degli screening medici e tanto altro.
E’ così che definiscono il best seller della coppia padre-figlio T. Colin Campbell e Thomas M. Campbell, China Study.
Questo libro, che ha certamente contribuito a rimpinguare le casse dell’editore che lo ha tradotto, ha reso ricchi e famosi anche i due autori, proprietari del marchio registrato The China Study. Inoltre i loro canali di e-commerce offrono anche il ricettario compilato da Leanne Campbell, figlia di T. Colin Campbell e «madre di due figli affamati»: perché il China Study, malgrado si presenti come un importante studio epidemiologico, è diventato ormai il fulcro di un’azienda a conduzione familiare.
Fin dalla copertina, viene spacciato per «lo studio più completo sull’alimentazione mai condotto finora». Grazie a milioni di copie vendute nel mondo (circa 500.000 in Italia), ha convinto altrettante persone a seguire una dieta che promette, sulla base di certezze scientifiche, salute e longevità. Peccato che si tratti della classica bufala: anzi, a dire il vero, di una delle bufale meglio riuscite della storia della ricerca sull’alimentazione umana.
Vi sono molte ragioni per cui la comunità scientifica non ritiene attendibili le conclusioni del libro. La principale riguarda la metodologia utilizzata per collegare le possibili cause con gli effetti. Il China Study è infatti un perfetto esempio del potere di correlazioni (legami apparenti di causa-effetto) e inferenze (estensioni delle caratteristiche di una parte della popolazione selezionata a caso a tutta la popolazione), se usate senza sufficiente controllo. Il nesso tra un evento e un altro può infatti essere facilmente manipolato dal punto di vista statistico, se non si tengono in considerazione tutti i possibili elementi confondenti.
Le correlazioni spurie e le inferenze sono particolarmente pericolose dal punto di vista scientifico e sono uno degli elementi che i revisori degli studi scientifici devono tenere in considerazione quando uno studio passa la peer review, processo che il China Study non ha mai subito, dato che è stato pubblicato come libro e non come articolo scientifico.
 Anche chi racconta la scienza deve stare attento a non cadere nella trappola. Facciamo un esempio: se dico che gli ospedali sono luoghi più mortiferi della strada perché lì muoiono più persone, sto correlando due fattori in modo sbagliato. Il dato numerico potrebbe far pensare che l’assunto sia vero, ma non considera il fatto che in ospedale ci vanno molte persone in fin di vita, mentre a morire per strada sono in genere persone sane e giovani.
Il China Study ha tanti difetti metodologici non da poco, poichè mettendo in relazione un numero enorme di variabili, consente, con qualche trucchetto statistico e in assenza di studi di controllo, di dimostrare pressoché qualsiasi teoria precostituita.
Probabilmente il China Study ha avuto tanto successo anche perché l’alimentazione è diventata la nuova ossessione dei paesi sviluppati. Mangiamo mediamente molto male (con troppi grassi, specie di origine animale, troppi zuccheri e poche verdure e cereali integrali) ma vorremmo proteggerci dalle malattie croniche o, peggio, mortali, mettendo sulla tavola i cibi giusti. E i media cavalcano le richieste dei lettori, fornendo a piene mani articoli e opinioni sull’argomento.
Ma scrivere di alimentazione e salute è davvero un’impresa ardua! (estratto da Scienza in Cucina di Dario Bressanini. Fonte: LeScienzeBlog)
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