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Archive for marzo 2017

I miei pazienti dicono…

Ho 49 anni, e da qualche anno avevo preso qualche chilo di troppo. Non tanto, ma quanto bastava per non sentirmi più bene con me stessa, davanti allo specchio e dentro i vestiti. Ho pensato: mi metto d’impegno e dimagrisco, cosa ci vuole? Invece no, da sola non ce l’ho fatta, mi sforzavo e non perdevo neppure un etto.
Poi un’amica mi ha parlato del dottor Motzo (lei aveva avuto ottimi risultati) e ho deciso di rivolgermi a lui. La cosa che subito mi è piaciuta è che è stato attento alle mie abitudini alimentari, non ha stravolto la mia vita, anzi, il regime che mi ha dato si è adattato perfettamente a quello che già mangiavo ogni giorno. Certo, le quantità si sono ridotte, ogni alimento doveva essere pesato, l’olio contato a cucchiaini, la bilancia doveva essere consultata quotidianamente e il verdetto inviato al dottore via whatsapp.
All’inizio ovviamente è stata dura, ma non per molto. Appena ho iniziato a perdere peso, non solo mi sono sentita meglio, in palestra (fondamentale accompagnare alla dieta l’esercizio fisico adatto all’età, senza esagerazioni) riuscivo a fare l’intera ora di lezione senza fermarmi, la pelle è apparsa più fresca e tonica, e la spinta a insistere è stata notevole.
Ora, dopo circa tre mesi e mezzo (con controlli e chiacchierate col dottore in media una volta al mese) ho perso esattamente i chili che non volevo, ho la pancia piatta che manco a vent’anni, ho una dieta “di mantenimento” con dosi leggermente superiori ma sto benissimo così, il mio stomaco si è ristretto e per essere sazia e felice mi basta mangiare sano. (Anonimo)

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Chiedete sempre un consiglio al professionista, non fidatevi delle diciture ” a basso contenuto di…”

Biscotti a basso contenuto di zuccheri, formaggi senza grassi: ne sono piene le corsie dei supermercati ma non sempre questi prodotti mantengono quello che promettono, anzi a volte possono fare più male che bene. Non sempre infatti questi claim pubblicitari riflettono la reale qualità nutrizionale del cibo. A mettere in guardia sono i risultati di uno studio che ha preso in esame 80 milioni di articoli acquistati negli Usa da 40.000 famiglie.
Pubblicato sulla rivista Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, lo studio mostra che prodotti con etichette che indicano ‘a basso contenuto di’ possono rivelarsi ingannevoli.
Nell’acquistarli però il consumatore si sente ‘di fare qualcosa di utile per la propria salute’, quando in realtà i cibi salutari sono tutt’altro. Nel loro maxi studio, i ricercatori della Università del North Carolina at Chapel Hill hanno rilevato che il 13 per cento degli alimenti e il 35 per cento delle bevande acquistate tra il 2008 e il 2012 era etichettato come “a basso contenuto di” o “senza”. Inoltre le famiglie a reddito medio-alto erano più propense ad acquistare prodotti di questo tipo. “Le rivendicazioni in etichetta confondono perché sono relative a solo un nutriente”, spiegano i ricercatori. Ad esempio una porzione di tre biscotti a ridotto contenuto di grassi ne contiene 4,5 grammi rispetto ai sette in una porzione normale ma entrambi contengono ancora 14 grammi di zucchero ciascuna. Il latte al cioccolato a basso contenuto di grassi, invece, in genere ha un più alto contenuto di zucchero rispetto al latte normale e più alto livello di zuccheri e grassi rispetto ad altre bevande. (fonte: ANSA)

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Hai bisogno di correre in bagno la notte? Colpa del sale!

Il bisogno di correre in bagno durante la notte potrebbe essere associato a un eccessivo consumo di sale. Lo evidenzia uno studio presentato dai ricercatori giapponesi dell’Università di Nagasaki in occasione del 32° congresso annuale della European association of urology (Eau), che si è tenuto a Londra dal 24 al 28 marzo. Secondo gli esperti, ridurre l’assunzione giornaliera di cloruro di sodio potrebbe aiutare a contrastare la nicturia, una disfunzione dell’apparato urinario che determina la necessità di urinare durante il riposo notturno. Questo disturbo, che colpisce oltre la metà degli ultracinquantenni, può rappresentare un vero e proprio problema, perché provoca affaticamento, irritabilità e una sensazione di stordimento al mattino.

Nel corso della ricerca, gli autori hanno condotto due esperimenti: nel primo hanno chiesto a 223 persone affetta da nicturia di consumare circa il 25% di sale in meno al giorno, passando da un consumo quotidiano medio di 10,7 grammi di cloruro di sodio, a uno di 8 grammi. Nella seconda sperimentazione, invece, hanno chiesto ad altri 98 pazienti di aumentare l’apporto giornaliero di sale, passando da una media di 9,9 grammi a una di 11 grammi. 

L’indagine ha rilevato un’associazione tra il consumo di sale e il bisogno di urinare durante il riposo. È, infatti, emerso che i partecipanti incaricati di assumere una quantità inferiore di sale avevano meno necessità di andare in bagno durante la notte: vi si recavano in media 1,4 volte a notte, mentre prima di cambiare dieta lo facevano 2,3 volte. Al contrario, i volontari che erano stati invitati a consumare dosi maggiori di sale avevano sperimentato un aumento della necessità di recarsi al bagno durante il riposo notturno, passando da una media di 2,3 volte a notte, a una di 2,7 volte.

Secondo gli autori, lo studio dimostra che oltre ad aiutare a tenere la pressione sanguigna sotto controllo, ridurre l’introito giornaliero di sale potrebbe offrire ulteriori benefici, a partire dal trattamento della nicturia. “Questo è stato il primo studio a dimostrare che l’assunzione di sale influenza la frequenza con cui si ha necessità di andare in bagno – afferma Matsuo Tomohiro, che ha diretto la ricerca -. La necessità di urinare durante la notte rappresenta un vero problema per molte persone, specialmente durante la terza età. Questo lavoro suggerisce che una semplice modifica della dieta potrebbe migliorare in modo significativo la qualità della vita di molti individui”.(fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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I benefici del magnesio.

Il segreto degli effetti benefici della dieta mediterranea? L’elevata presenza di magnesio. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Bmi Medicine dai ricercatori delle università di Zhejiang e Zhengzhou (Cina), secondo cui il minerale – che rappresenta uno degli elementi principali di questo regime alimentare ed è contenuto soprattutto nella verdura a foglia verde, nelle noci e nei legumi – sarebbe in grado di proteggere da cardiopatie, ictus e diabete. 

“In passato era stato osservato che bassi livelli di magnesio nell’organismo erano associati allo sviluppo di diverse malattie, ma finora non era stato dimostrato il rapporto il magnesio nella dieta e i rischi per la salute – afferma Fudi Wang, che ha coordinato lo studio -. La nostra meta-analisi fornisce una prova del collegamento tra il magnesio contenuto negli alimenti e la riduzione del rischio di ammalarsi”.

I ricercatori hanno analizzato i risultati di 40 studi precedenti, condotti tra il 1999 e il 2016, che avevano coinvolto oltre un milione di persone residenti in nove diversi Paesi. Al termine dell’indagine, hanno scoperto che le persone che consumavano maggiori quantità di magnesio correvano un rischio più basso del 10% di soffrire di malattie coronariche, del 12% di essere colpiti da ictus e del 26% di sviluppare il diabete tipo 2, rispetto a quelle che ne assumevano di meno. Inoltre, hanno osservato che mangiare anche solo 100 mg di magnesio in più al giorno potrebbe abbassare del 7% le possibilità di essere colpiti da ictus e del 19% quelle di soffrire di diabete di tipo 2.

“Le attuali linee guida per la salute raccomandano agli uomini di consumare circa 300 mg di magnesio al giorno, mentre alle donne di assumerne 270 mg – sottolinea Wang -. Tuttavia, la carenza di questo minerale è relativamente comune: interessa tra il 2,5% e il 15% della popolazione generale. I nostri risultati potrebbero servire ad accrescere la consapevolezza dei responsabili pubblici e politici sulla necessità di promuovere le linee guida nutrizionali per ridurre i rischi per la salute dovuti a carenza di magnesio”. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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La dieta della longevità degli antichi sardi.

Mangiando più verdure e meno carne si possono prevenire tante malattie, ad iniziare da alcune patologie croniche a carattere autoimmune o cardiovascolari. A rivelarlo una ricerca multidisciplinare, coordinata dal professor Germano Orrù del servizio di Biologia molecolare dell’Aou di Cagliari, eseguita attraverso lo studio dei batteri rilevati nella placca dentale degli avi dei sardi.
In particolare l’analisi dei batteri orali, legati alla dieta, ha svelato una differenza sostanziale tra sardi attuali e quelli di 200 anni fa. La correlazione tra ciò che mangiamo e le malattie che possiamo contrarre è forte: una scoperta importante fatta grazie ad una metodologia innovativa. “L’estrazione del Dna della placca dentale dei nostri antenati – spiega Orrù – ci consente di studiare le informazioni che ricaviamo, senza distruggere i denti e le ossa. La comunità batterica che circonda il nostro corpo viene denominata microbiota, e nella bocca è costituita da più di 800 specie batteriche differenti”.
Le abitudini alimentari dei sardi, precisa il ricercatore dell’Azienda universitaria di Cagliari, “hanno subito un drastico cambiamento dagli anni Cinquanta in poi, determinando un’alterazione del microbiota del cavo orale. Un numero troppo elevato di batteri anaerobi fa sì che questi possono attraversare le barriere tessutali ed entrino in circolo sanguigno esponendoci a malattie come l’artrite reumatoide, o patologie come l’aterosclerosi”. Varie ricerche hanno dimostrato che un’alimentazione ricca di carne incrementa il livello di questi microrganismi. Lo studio di Orrù e dei collaboratori ha rilevato che nelle placche dentali degli antenati la percentuale di batteri anaerobi risultava molto bassa rispetto ai sardi attuali (100 volte in meno). Il lavoro è stato svolto su reperti rinvenuti in un ossario sigillato nel comune di Villaputzu.
All’indagine hanno partecipato tre giovani ricercatrici, Eleonora Casula, Maria Paola Contu e Cristina Demontis. ( fonte: ANSA)

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I benefici dei pomodori.

Confermati i benefici del pomodoro nella prevenzione delle malattie cardiovascolari: da solo contribuisce a ridurre il colesterolo, mentre il licopene, sostanza antiossidante di cui è ricco, migliora la pressione del sangue. E’ la conclusione della revisione di 21 studi, condotta dai ricercatori della Northumbria University e pubblicata sulla rivista Atherosclerosis.

In particolare lo studio ha verificato i benefici del consumo dei prodotti a base di pomodoro associati agli integratori con licopene (sostanza naturale di origine vegetale) nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Si è così visto che i prodotti a base di pomodoro hanno ridotto i valori del colesterolo e migliorato alcuni valori di rischio cardiovascolare, mentre gli integratori al licopene agiscono sulla pressione. ”E’ interessante osservare – commenta in una nota Andrea Poli, presidente di Nutrition Foundation of Italy – come gli effetti protettivi del licopene e dei derivati del pomodoro siano complementari e non sovrapponibili tra di loro.
Il pomodoro migliorerebbe il profilo lipidico, ed il licopene (di cui il pomodoro è molto ricco) i valori della pressione sanguigna. Gli alimenti come il pomodoro, e i loro principi attivi purificati, come il licopene, sembrano agire in sinergia nella prevenzione cardiovascolare, ciascuno aggiungendo qualcosa agli effetti protettivi dell’altro”. (fonte: ANSA)

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Meglio mangiare a casa.

Mangiare a casa non è soltanto più economico, ma anche più salutare che consumare i pasti al ristorante, al bar o nei fast food. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Preventive Medicine dai ricercatori statunitensi dell’Università di Washington di Seattle e dell’Oregon State University di Corvallis, coordinati da Adam Drewnowski, che afferma: “Chi mangia spesso a casa segue un regime alimentare più salutare e non subisce un aumento significativo dei costi, mentre chi va fuori a mangiare spende di più e segue una dieta meno sana”.
La ricerca ha esaminato le abitudini alimentari di 437 cittadini americani. Ai partecipanti è stato chiesto, in particolare, di rispondere a un questionario relativo ai pasti consumati durante l’ultima settimana. I volontari dovevano fornire informazioni dettagliate su quali alimenti avessero mangiato e dove li avessero consumati. Gli studiosi hanno poi valutato le risposte utilizzando un indicatore chiamato Healthy eating index (Hei), che viene usato negli Stati Uniti per verificare se una dieta è più o meno sana, sulla base di quanto corrisponde alle Dietary Guidelines for Americans. In particolare, il punteggio determinato con l’indice rappresenta il frutto della combinazione di frutta, verdura e altri elementi.
Al termine dell’esperimento, gli autori hanno rilevato che i pasti consumati a casa erano più salutari. Risultavano, infatti, più conformi ai dettami dietetici previsti dalle linee guida sull’alimentazione sana. Nello specifico, i partecipanti che avevano consumato i pasti in casa tre volte a settimana hanno ottenuto un punteggio di circa 67 sulla scala Hei, mentre quelli che ne hanno consumati sei hanno raggiunto 74 punti. “Le differenze sono state significative – precisa il dottor Drewnowski -, anche se il campione dello studio era relativamente piccolo”.
L’indagine ha anche evidenziato che seguire un’alimentazione più salutare non comportava un aumento dei costi: i piatti fatti in casa avevano meno calorie, zuccheri e grassi di quelli consumati fuori, ma non risultavano più dispendiosi. In generale, chi mangiava spesso fuori tendeva a spendere di più. Inoltre, gli studiosi hanno scoperto che la scelta di mangiare a casa o fuori non era influenzata dal reddito o dal livello d’istruzione: l’analisi ha, quindi, smentito la convinzione che le persone con un reddito più basso e meno istruite siano più propense a mangiare pasti veloci fuori casa. “La gente ha il preconcetto che un reddito più basso porti a mangiare più ‘fast food’ – osserva l’esperto -, ma il nostro studio ha dimostrato che non è vero”. Infine, è emerso che in generale gli individui che mangiavano più spesso a casa facevano parte di famiglie numerose, in cui c’erano più bambini. (fonte: salute24.ilsole24ore.com)

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Questa è la settimana mondiale per la riduzione del consumo di sale.

Il 75% del sale che consumiamo è nascosto nel cibo che compriamo. Eppure in Italia, come nel resto del mondo, si continua ad abusare di questo condimento, aumentando il rischio di ipertensione e ictus. Gli uomini infatti ne consumano oltre il doppio del limite giornaliero raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), 10,6 grammi contro 5, e le donne 8,2 grammi. Solo il 5% degli uomini e il 15% delle donne sta sotto i limiti. Lo rileva il ministero della Salute in occasione della Settimana mondiale per la riduzione del consumo di sale, che si svolge dal 20 al 26 marzo.

L’iniziativa, istituita nel 2005, è promossa dalla World Action on Salt and Health (Wash) per migliorare la salute delle popolazioni di tutto il mondo. Si è calcolato infatti che se si riducesse il consumo di sale nel mondo da 10 a 5 grammi al giorno, si avrebbe un calo del 23% del rischio di ictus, pari a 1,2 milioni di morti, e del 17% per le malattie cardiovascolari, pari a 3 milioni di morti.

I dati raccolti dal Ministero, con il Progetto CCM ‘MinSal 2009-2012’ attraverso l’analisi delle urine, mostrano valori nella popolazione ben superiori a quelli massimi raccomandati in tutte le Regioni, pur con differenze: minori al Nord e maggiori al Sud. In quasi tutte le regioni non più dell’1% consuma sempre pane con poco o senza sale. Anche le persone ipertese mangiano troppo salato (10,1 grammi gli uomini e 8,1 grammi le donne), così come i bambini tra i 6 e 18 anni, con 7,4 grammi al giorno tra i ragazzi e 6,7 tra le ragazze.(fonte: ANSA)

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Anche il tè può proteggere il nostro cervello.

Bere una tazza di te’ al giorno – sia esso nero o verde o di altre varieta’ – dimezzerebbe i rischi di demenza senile del 50%. Dopo il caffe’ e’ ora la volta de te’ per la prevenzione. Ed addirittura dell’86% tra chi e’ portatore di una mutazione genetica che favorisce i disturbi del declino mentale: si tratta del gene APOE, che nella variante dell”allele E4′, sembra favorire lo sviluppo dell’Alzheimer.
Ad osservare la marcata riduzione dei casi di demenza mentale tra i consumatori abituali di te’ e’ un nuovo studio dell’universita’ di Singapore condotto da Feng Lei.
Il team di ricercatori – che oggi ha rilasciato un comunicato stampa sui dati emersi dall’indagine – ha seguito la salute di 957 individui dai 55 anni in su’ per 7 anni. Dividendoli in due gruppi: i portatori della variante genica ed i non-portatori.
Lo studio ha tenuto conto di altre’ condizioni della salute e degli stili di vita dei partecipanti.
Ma i dati son risultati chiari: il rischio di demenza e’ dimezzato nei bevitori quotidiani di te’ e scende dell’86% tra i portatori del gene alterato.
Pubblicata sulla rivista Usa ‘Journal of Nutrition, Health and Aging’, la indagine individuerebbe nelle catechine e nei flavonoidi presenti nelle foglie del te’ potenti sostanze anti-infiammatorie che proteggerebbero il cervello. (fonte: ANSA)

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La caffeina protegge il cervello.

Il caffè un potenziale alleato contro la demenza? E’ possibile visto che la caffeina è risultata capace di potenziare l’attività di un enzima protettivo per il cervello, chiamato ‘NMNAT2’ e solo di recente scoperto come un’arma molecolare importante contro la formazione di aggregati tossici nelle cellule nervose.
Lo rivela una ricerca condotta presso e l’Indiana University e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
Solo di recente in un lavoro pubblicato sulla rivista Plos Biology sono stati scoperti gli effetti protettivi di NMNAT2 contro l’Alzheimer. Inoltre un altro studio pubblicato sulla rivista The Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences, dimostrava che consumare abitualmente caffè o altre bevande contenenti caffeina protegge dalla demenza.
In questo nuovo studio gli esperti USA hanno testato quasi 2000 molecole attive, tra cui la caffeina, per selezionare quelle con un ruolo nell’aumentare la produzione di NMNAT2. Di tutte le molecole testate, la caffeina è risultata il più potente attivatore della produzione di NMNAT2. Testata su topolini a rischio di demenza perché geneticamente incapaci di produrre quantità idonee di NMNAT2, la caffeina ha riportato il cervello degli animali a una quantità normale di enzima.
Lo studio apre la strada a nuove possibilità terapeutiche basate appunto sulla caffeina e su composti affini (altre 23 molecole tra tutte quelle studiate hanno dimostrato una sia pur minore efficacia nell’aumentare la produzione dell’enzima protettivo). (fonte: ANSA)

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