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Archive for febbraio 2017

Sì alla dieta mediterranea per la cena di San Valentino!

Ricordate Kevin Spacey in American Beauty quando assapora un piatto di asparagi prima di perdere la testa per una giovanissima studentessa? Bene, gli asparagi non sono una scelta casuale. Anzi già Napoleone III li reputava indispensabili durante le sue cene private. E, infatti, non solo ostriche e champagne ma anche gli ortaggi, insieme a pesce e frutta, sono considerati cibi afrodisiaci. Lo conferma una ricerca promossa dall’Osservatorio sulle tendenze alimentari Polli Cooking Lab, condotta mediante metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su circa 130 esperti tra nutrizionisti, chef stellati e sessuologi per capire come preparare il perfetto menù per far scoppiare la passione a San Valentino.
Carciofi e capperi afrodisiaci. Secondo 7 esperti su 10 il segreto per vivere una serata romantica e appassionata è affidarsi alle proprietà stimolanti dei cibi afrodisiaci inclusi nella dieta mediterranea: ortaggi (68%), pesce (63%) e frutta (59%). A trionfare sulle tavole secondo gli esperti di gusto e benessere sono quindi carciofi (54%), capperi (51%), cetrioli (44%), olive (38%), asparagi (36%) e peperoni (31%). Oltre alle proprietà organolettiche (79%), tra le qualità che accendono la passione non vanno dimenticati i profumi (43%), i colori (39%) e la morbidezza al tatto (33%).
Il mix alimentare eterogeneo e completo che costituisce la dieta mediterranea, possiede proprietà antiossidanti tali da conferire notevoli effetti benefici sulla salute delle arterie e, quindi, sulle prestazioni sessuali. “Gli alimenti afrodisiaci svolgono il loro ruolo mediante il rilascio di ossido nitrico, che agisce consentendo la vasodilatazione che favorisce l’erezione maschile e gli analoghi meccanismi nelle donne”, spiega Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo, specialista in Scienza della Nutrizione Umana all’Università La Sapienza di Roma.
No agli eccessi. Sbagliato, però, festeggiare a tavola con cibi eccessivamente pesanti come fritture, insaccati e alcolici: “Per evitare indesiderati effetti inibitori è importante evitare gli eccessi nell’assunzione di vino e sostanze alcoliche che, nonostante l’iniziale azione disinibitoria, con il passare del tempo fanno prevalere l’effetto inibitorio e induttivo della sonnolenza e in alcuni casi della cefalea”, prosegue Piretta.
“La dieta mediterranea è la massima espressione della passione per il benessere, una dichiarazione d’amore per il palato, la celebrazione dell’equilibrio tra salute e gusto” afferma Roberto Conti, Executive Chef dello stellato Ristorante Trussardi alla Scala di Milano. (fonte: www.repubblica.it/salute)

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La ricetta per una memoria di ferro.

La ricetta per una memoria di ferro? Ridurre le calorie del 30 per cento e integrare la dieta con una giusta dose di acidi grassi come gli omega 3 contenuti soprattutto nel pesce. Una formula che a quanto pare vale soprattutto per chi ha superato la sessantina secondo lo studio pubblicato sulla rivista Pnas da un gruppo di neurologi dell`Università di Munster, in Germania.
Le misure della salute. La ricerca è stata condotta su 49 persone, uomini e donne con un`età media di 60 anni, tutti con un indice di massa corporea di 28, ovvero nella fascia che indica il sovrappeso. Gli studiosi si sono concentrati sugli effetti che troppi grassi hanno sulle funzioni cognitive e hanno osservato che il gruppo di persone sottoposte ad un regime alimentare con porzioni ridotte, un minor apporto di calorie del 30 per cento, ma una dieta mai inferiore alle 1200 calorie, dopo tre mesi mostravano di ricordare di più e meglio.
Memo-magazzini più capienti. Sul perché la riduzione di peso abbia delle ripercussioni evidenti sull`attività cerebrale gli studiosi non sono concordi. La ragione potrebbe essere il miglioramento delle prestazioni di ippocampo e corteccia prefrontale, parti del cervello che immagazzinano, organizzano e recuperano l`informazione. La riduzione dell`apporto calorico avrebbe un`influenza decisiva “sulla salute pubblica, aiutando a prevenire il declino cognitivo dovuto a invecchiamento”, ha commentato uno degli autori, Agnes Floel, neurologa dell`Ateneo tedesco. (fonte: salute24.ilsole24ore)

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I gusti a tavola.

Grassi, zuccheri, proteine o fibre: i geni indirizzano i nostri gusti a tavola e spiegano in parte la predisposizione per l’obesità. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista “Nature”, che per primo mostra un collegamento diretto tra preferenze alimentari e varianti genetiche specifiche sugli esseri umani.
I ricercatori della Cambridge University hanno offerto ai partecipanti un buffet all-you-can-eat in cui erano presenti tre tipi diversi di pollo al curry con lo stesso sapore e aspetto, ma in cui il contenuto di grassi era pari al 20%, 40% e 60% delle calorie complessivo dell’alimento. Hanno inoltre testato la presenza, nei partecipanti, di un difetto nel gene MC4R.
Hanno così osservato che, anche se non vi era alcuna differenza complessiva nella quantità di cibo consumato, gli individui con MC4R difettoso avevano mangiato quasi il doppio della quantità di pollo con alta percentuale di grassi rispetto a chi non aveva questa caratteristica. Si è poi provato a fare lo stesso con un dolce alle fragole e meringa. In questo caso, i partecipanti potevano scegliere tra tre versioni: tutte avevano contenuto di grassi fisso ma diverso contenuto di zuccheri. In questo caso, paradossalmente, individui con MC4R difettoso mostravano di amare meno degli altri il dessert più zuccheroso.
Una persone obesa su 100, spiegano i ricercatori, ha un difetto nel gene MC4R che li rende più propensi a mettere su peso perché li porta a preferire alimenti ad alto contenuto di grassi. Inoltre, la predisposizione verso gli alimenti grassi potrebbe essere una conseguenza dell’evoluzione umana: avrebbe aiutato in passato a far fronte a periodi di carestia grazie al maggior apporto calorico. (fonte: ANSA)
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No ai grassi, sì a frutta e verdura.

Troppi grassi e poca frutta e poca verdura nuocciono alla salute e aumentano il rischio di tumore come le sigarette: lo spiega Michele Carruba Direttore del Centro Studi e Ricerche sull’Obesità dell’Università di Milano e co-presidente del convegno nazionale Spazio e nutrizione di oncologi e nutrizionisti che si chiude oggi a Milano e che ha visto la partecipazione di oltre 300 esperti provenienti da tutta Italia.
Le neoplasie più influenzate da quello che mangiamo e dai chili di troppo sono al colon retto, mammella, pancreas, fegato, ovaio, rene, esofago, cervice e utero. Il nostro Paese è una delle patrie della dieta mediterranea eppure abbiamo il primato europeo di sovrappeso infantile. Il 12% dei bambini italiani è addirittura obeso. Se vogliamo invertire questa tendenza dobbiamo promuovere maggiormente la cultura della giusta alimentazione tra tutta la popolazione. All’evento di Milano una sessione è dedicata al tema della dieta per il paziente oncologico. “La malnutrizione interessa l’80% dei malati – aggiunge Francesco Cognetti presidente della Fondazione Insieme contro il Cancro e relatore al convegno organizzato nella città meneghina -. Il cancro indebolisce tutto il nostro organismo, provoca un calo dell’appetito e quindi anche della qualità e quantità dell’alimentazione. Esistono poi gli effetti collaterali delle cure che spesso interessano proprio l’apparato gastro-intestinale. La dieta durante la patologia neoplastica deve perciò essere adatta alla situazione clinica” (fonte: ANSA)

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L’alimentazione e la sindrome premestruale. 

Le donne che assumono 20 mg di ferro al giorno con l’alimentazione soffrono dal 30 al 40% in meno della sindrome premestruale rispetto a chi ne assume di meno.
Anche lo zinco protegge dai disturbi ma ha piu’ effetti collaterali. Al contrario il potassio, se assunto in quantita’ elevate, aumenta il rischio di soffrire della sindrome premestruale, disturbo molto comune e che si manifesta con cambiamenti di umore, ritenzione idrica, aumento del peso e dolori addominali. Lo dimostra una indagine condotta alla scuola di salute pubblica della University of Massachussets, ad Amhrest, insieme all’universita’ di Harvard e la ricerca e’ pubblicata oggi sull’edizione online dell’American Journal of Epidemiology. Gli studiosi hanno osservato per dieci anni le abitudini alimentari, incluso il consumo della maggior parte dei minerali, di 3.000 donne. Spiega Patricia Chocano Bedoya, direttore dello studio: ”Abbiamo scoperto che le donne che consumavano quantita’ superiori di ferro pari a 20 mg al giorno, (ma deve essere nella particolare forma definita di ferro non-eme) presente nei vegetali o negli integratori alimentari, erano soggette dal 30 al 40% in meno della sindrome premestruale rispetto a quelle che non lo assumevano o che ne assumevano di meno. Il ferro agisce soprattutto sui cambiamenti di umore perche’ associato al rilascio della serotonina, un neurotrasmettitore che aiuta a regolare l’umore”. ”La dose efficace supera quella raccomandata per il trattamento della stessa sindrome, che e’ di 18 mg” precisa Chocano Bedoya.
Gli studiosi precisano che gli altri minerali, dal magnesio al rame al sodio e manganese non sono associati ai fastidi tipici dell’arrivo delle mestruazioni. (fonte: ANSA).

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La prima colazione.

Fare regolarmente la prima colazione aiuta ad avere livelli di colesterolo e pressione migliori (più bassi), rispetto a chi la salta (negli Usa, ad esempio, tra il 20 e il 30% di persone) che risulta essere più soggetto al rischio di obesità e diabete. A evidenziarlo l’American Heart Association, in una dichiarazione scientifica sulla rivista Circulation. Secondo gli studiosi, guidati dalla dottoressa Marie-Pierre St-Onge, della Columbia University di New York, è importante per la salute del cuore pianificare i pasti dando loro una regolarità, così come gli spuntini. “Il consiglio è di mangiare consapevolmente, prestando attenzione alla pianificazione sia di ciò che si mangia che di quando lo so fa, per combattere la fame nervosa – spiega St-Onge – in molte persone si riscontra che le emozioni possono innescare il desiderio di mangiare quando non si è affamati, cosa che spesso porta a ingerire troppe calorie da alimenti che hanno un basso valore nutrizionale”.Il momento del giorno in cui si consumano i pasti è cruciale.Secondo gli studiosi assumere più calorie nella prima parte della giornata e meno di sera può infatti avere effetti positivi per il diabete e le malattie cardiovascolari.E’ sempre importante quello che si mangia: sì a frutta, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, pollame e pesce, mentre è meglio limitare carne rossa, sale e alimenti ad alto contenuto di zuccheri aggiunti. (fonte: ANSA)

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Gli alimenti “amici” dei bravi studenti.

Verdure a foglia verde, legumi, cereali, frutta secca come pistacchi e noci, cioccolato fondente e poi la carne, quella rossa ma anche il pollame. Ecco la dieta ‘amica’ dei buoni voti a scuola o all’Università. Il segreto sta tutto nel ferro che tali alimenti, insieme ad altri, contengono. Avere un livello normale di questo elemento così importante per l’organismo, insieme a un’attività fisica regolare, regala migliori prestazioni scolastiche. È quanto emerge da uno studio della University of Nebraska-Lincoln e della Pennsylvania State University, pubblicato su The Journal of Nutrition. Gli studiosi hanno preso in esame 105 ragazze e donne che frequentavano l’Università, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, esaminando la media dei voti e il livello di attività fisica. Dai risultati è emerso che quelle con i più alti livelli di ferro accumulato avevano i voti migliori. Complessivamente, poi, coloro che erano più in forma e avevano adeguate riserve di ferro risultavano avere voti superiori rispetto a chi era meno in forma e con riserve di ferro inferiori. “Una buona forma fisica può essere importante per il successo a scuola o all’Università – spiega l’autore della ricerca Karsten Koehler – idealmente dovremmo fare in modo che anche la dieta sia adeguata per prevenire carenze nutrizionali”. (fonte: ANSA)

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Gli alimenti “amici” delle ossa delle donne.

Frutta, verdura, pesce e cereali integrali. Ecco la dieta ‘amica’ della salute delle ossa delle donne. Una dieta considerata anti-infiammatoria e che può prevenire anche le fratture. A esaminarne i benefici uno studio della Ohio State University, pubblicato sulla rivista Journal of Bone and Mineral Research. Gli studiosi hanno preso in esame un’ampia ricerca condotta su donne di età compresa tra i 50 e i 79 anni dal 1993 al 1998, la Women’s Health Initiative, analizzando i dati sulla dieta di 160191 donne e assegnando a 32 componenti di cibi, in particolare consumati nei tre mesi precedenti all’arruolamento allo studio, un punteggio in termini di infiammazione.

Per 10mila donne sono stati poi raccolti dei dati sulla densità minerale delle ossa, mentre per tutto il campione sono stati esaminati dati relativi alle fratture. Dai risultati è emersa una correlazione fra una dieta altamente infiammatoria e fratture nelle donne di meno di 63 anni, in particolare con un rischio di frattura all’anca maggiore del 50 per cento rispetto a quelle che si posizionavano nel gruppo con punteggi infiammatori più bassi. “Questo suggerisce che una dieta di alta qualità e meno infiammatoria può essere particolarmente importante nella riduzione del rischio di frattura dell’anca nelle donne più giovani”, scrivono i ricercatori. Non solo: se è vero che le donne che seguivano una dieta meno infiammatoria avevano una più bassa densità minerale ossea all’inizio dello studio, probabilmente per una costituzione corporea più piccola, ne hanno persa comunque meno rispetto alle loro coetanee in sei anni di osservazione. (fonte: ANSA)

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La pastasciutta e la dieta.

Portare la pasta a tavola regolarmente riflette una maggiore attenzione alla alimentazione sana: infatti una indagine condotta dalla Nutritional Strategies, Inc. per conto della associazione americana dei produttori di pasta (National Pasta Association) svela che, in generale, coloro che mangiano regolarmente la pasta tendono complessivamente ad avere una dieta più sana.
Lo studio è stato presentato al meeting annuale della Obesity Society tenutosi di recente a New Orleans.
Gli esperti hanno raccolto informazioni sul consumo di pasta di un grande campione di individui ed hanno confrontato i dati raccolti con quelli sul quanto è sana e aderente alle più recenti linee guida nutrizionali americane l’alimentazione di ciascun volontario. Per effettuare questa misura gli esperti hanno usato un indice ad hoc chiamato USDA’s Healthy Eating Index-2010.
E’ emerso che coloro che risultavano avere una dieta sana e in linea con le correnti linee guida erano soprattutto quelli che consumavano pasta abitualmente. In particolare questi ultimi tendono ad assumere di più quei nutrienti critici che sono carenti nell’alimentazione di quasi tutte le persone (folato, magnesio, fibre, ferro), ad assumere più vitamine e minerali e a consumare meno zuccheri aggiunti, grassi saturi.
Questo studio, insomma, non trae nessuna conclusione su eventuali esiti del consumo di pasta in sé, ma si limita a evidenziare l’associazione tra questa abitudine e la scelta di una dieta sana. (fonte: ANSA).

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